28ª domenica dopo Pentecoste | dei Santi Progenitori – La parabola degli invitati a cena
Il mistero del banchetto celeste – Il mistero della Liturgia eterna
Vangelor secondo Luca 14, 16-24
È la quarta domenica della benedetta Quaresima della Natività del Signore – una nuova tappa spirituale, un tempo di meditazione e di riflessione sul grande mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che si affretta a venire nel mondo.
In questa tappa ci sforziamo tutti di accogliere questa grande gioia divina – la venuta di Cristo nel mondo (l’incarnazione), che è uno dei fondamenti della nostra fede, che nasconde in sé un’opera salvifica che ci rinnova e ci indirizza verso Dio.
Ma non possiamo ricevere il mistero dell’incarnazione senza un’adeguata preparazione. Non possiamo ricevere le gioie dall’alto, i doni del nostro Padre celeste, se non purifichiamo il nostro cuore e i nostri sentimenti, se non rinunciamo alle passioni e ai desideri di questo mondo, che ci allontanano da Dio. L’apostolo Paolo ci esorta mirabilmente dicendo: “cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio” (Col. 3,1), mostrando che il nostro vero cammino spirituale può essere compiuto solo attraverso la purezza del cuore e della mente.
Oggi il Salvatore Cristo, che ci prepara alla sua venuta nel mondo, ci apre gli occhi su una profonda verità: il suo incommensurabile amore per il mondo, il suo amore crocifisso, che noi sempre ignoriamo. Oggi ci racconta la storia di un uomo che preparò una cena alla quale furono invitati tutti gli amici dello sposo. L’invito, però, arriva alla fine di una giornata, dopo che tutto il lavoro e la fatica di quella giornata sono passati. La cena rappresenta il Regno di Dio, ed è l’Uomo della parabola, Dio incarnato – il Re – che chiama gli uomini alle nozze benedette, le uniche alle quali non possono mancare.
Fin dall’inizio, San Cirillo di Alessandria, nel suo commento al Vangelo di Luca, ci spiega in modo ammirevole e sintetico il significato ultimo dell’opera di salvezza dell’umanità, che ci viene rivelato nella parabola degli invitati alla cena del re: “Essendo induriti, orgogliosi e disobbedienti, i capi dei Giudei rimasero lontani dalla cena. Disobbedirono a una chiamata divina, per occuparsi di cose terrene e concentrarsi sulle vane follie di questo mondo. Perciò fu chiamata la gente comune e subito dopo i Gentili”.
Dalla cena dei farisei alla cena di Dio
“Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!” (Lc. 14, 15) – dice malinconicamente il fariseo, alla cui tavola il Signore rivela oggi diverse parabole sulla primazia e sull’umiltà (perché i farisei “sceglievano i primi posti” – Lc. 14, 7), ma anche sull’eterno desiderio di cenare nel seno di Abramo, dove è la pienezza e la gioia senza fine.
Tutto questo, anche dopo che Gesù guarisce un uomo malato di idropisia, nel santo giorno di sabato (su cui gli scribi e gli anziani erano spiritualmente rigidi) – il giorno del riposo, in cui tutti si riunivano alle tavole che riposano il corpo, dimenticando la tavola che riposa l’anima, la tavola dello sposo – le nozze mistiche del figlio del re, a cui tutti siamo chiamati (Mt 22,2).
Due versioni della stessa parabola, visti con gli occhi di Luca e dell’apostolo Matteo, ci rivelano il fine ultimo della vita umana: entrare nella gioia del mistero della cena (delle nozze) che sarà nel Regno dei Cieli.
Assaporare la gioia perfetta a cui il Signore ci chiama, si mostra come la pienezza della comprensione della relazione, sempre nascosta e dinamica, tra l’anima umana, che anela all’eternità, e Dio – la cena mistica – a partire dal fidanzamento che dà senso alla vita di qui (che è una preparazione, una chiamata, un’anticipazione) per entrare nelle nozze eterne che verranno (perfezione).
Signore, unisciti a noi a tavola!
L’amore è sempre il legame nascosto che il Signore cerca instancabilmente nella redenzione di colui al quale ha dato un volto a sua immagine e somiglianza, ma è anche l’unico che soddisfa veramente la sete estenuante che spossa l’uomo eterno pellegrino su questa terra.
L’amore (agape – αγάπη) è il cibo celeste, l’unico che muove tutto l’universo e questo mondo visibile, in cui sembriamo eternamente invischiati, è quello che svela il banchetto del Verbo che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L‘amore (che) non ha mai fine” (1 Cor 13, 7-8).
San Clemente Alessandrino ci rivela che “di tutte le cose che cadono, la meno probabile che venga gettata dal cielo alla terra è l’amore, che non cade mai tra tutti questi piaceri mondani. Se ami il Signore tuo Dio e il tuo prossimo (Mc 12, 30-31), gioirai in cielo”. Quale bellezza, quale gioia più grande che gustare il (e nel) cielo pur essendo (ancora) sulla terra. E non siamo forse sempre chiamati a questa gioia?
Il popolo amato – le nozze mistiche
Leggendo la versione di Matteo (22, 1-14), ci rendiamo conto che colui che prepara il banchetto non è altro che il Padre celeste – il Re eterno. La festa adombrata della grazia è un banchetto di nozze per il Figlio di Dio, che è promesso sposo alla Chiesa, per la quale ha versato il suo sangue sulla croce. La Divinità si unisce all’umanità, questo è sempre stato il pensiero incessante che ha mosso l’intera opera dell’universo.
Il Padre manda messaggeri (i suoi angeli, ma anche i profeti e tutti i giusti che hanno sofferto nel corso dei secoli) perché siano chiamati alle nozze gli eletti, non tutta l’umanità (da sempre), ma solo quelli che possono comprendere il mistero dell’amore (tanto tradito nel corso della storia), che il Signore ha sempre mantenuto vivo con immancabile pazienza attraverso tutti i santi che da sempre gli sono stati graditi.
Il popolo amato che ha permesso il compiersi dell’incarnazione del Salvatore Cristo, quel gruppo di esseri umani che in un universo pagano ha saputo mantenere vivo il legame con il Creatore del mondo, è il primo chiamato alle nozze di tutte le nozze: è chiamato alla felicità perfetta, alla libertà (finalmente!), alla gioia piena, al compimento, alla vita eterna, all’ora della ricompensa imperscrutabile che non finirà mai.
La Cena – l’ora del giudizio
Il banchetto a cui il Padre ci chiama è alla fine del giorno (dei secoli), alle prime luci della sera, dopo la fine del tempo della storia, cioè il tempo di questo mondo decaduto, il tempo dell’opera di salvezza, il tempo escatologico – vi è chiamato il popolo di Israele, ma anche tutti coloro che non avrebbero dovuto tradire l’amore celato di Dio, per godere delle nozze eterne.
Mosè è stato il primo a chiamare il popolo d’Israele alla mensa mistica, non dalla mano celeste e dalla pietra sterile, ma dalla grazia che accompagnava il tabernacolo della testimonianza, giorno e notte (Es. 13,22), incessantemente, verso la terra promessa, dove si sarebbe rivelerato il Regno – che sarà portato e annunciato da Cristo.
Il rifiuto ricevuto è molto doloroso, Luca l’evangelista porta anche degli argomenti, ancora oggi altrettanto validi, che separano l’uomo (che sempre si giustifica in modo poco convincente) da Dio – “ed essi cominciarono a chiedere perdono ad uno ad uno” (Lc. 14, 18). Tutti coloro che furono chiamati si giustificarono (“se ne andarono, chi al proprio campo, chi ai propri affari” – Mt. 22, 5), tutti si mostrarono più legati alla terra di questo mondo che alla terra della promessa celeste. Sopraffatti dalle preoccupazioni mondane, privati della comunione spirituale, assetati di ricchezze, vinti dall’amore per la carne (Lc. 14, 20), si mostrarono lontani dalla santità dell’immagine di Colui che li aveva chiamati alle nozze.
La cura del mondo che vince il mondo
Tutti i chiamati furono si scusarono, tutti si mostrarono più attaccati alle preoccupazioni di questo mondo che alla promessa del cielo. Sopraffatti dalle infermità, privati della comunione spirituale, assetati di ricchezze, colpiti dall’amore della carne, si sono mostrati (troppo) lontani dalla santità dell’immagine di Colui che li ha chiamati alle nozze.
“Ho comprato un terreno e devo andare a vederlo; ti prego di perdonarmi ” ( Lc. 14, 18) – immagine dell’alienazione dalla terra di questo mondo (e di Israele), dalla terra che gli ebrei hanno ereditato, e anche tutti noi, qui e ora. Questa è anche una rappresentazione delle tradizioni, del radicamento nelle consuetudini, una perdita negli innumerevoli usi e costumi, un radicamento nell’esteriorità, che risultano sfibranti (la fatica della terra stanca – “col sudore del tuo volto mangerai il tuo pane ” – Gen. 3, 19).
“Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di perdonarmi” (Lc. 14, 19) – sono i cinque libri di Mosè, la vecchia legge, che affatica e tiene schiavo nelle prescrizioni esteriori chi è chiamato al cielo. Dieci (cinque coppie) avrebbero dovuto rappresentare la pienezza e la perfezione di questo mondo, ma si mostrano piuttosto come la natura dell’uomo che si preoccupa più della costruzione che del costruttore.
Ecco lo scoglio che l’uomo non è riuscito a superare (tentazione sempre attuale di Adamo): il desiderio di essere dio senza Dio, di cercare una gioia effimera nella terra ereditata affinché essa divenga un paradiso passeggero senza il Dio-Re, il quale ci chiama al compimento.
“Ho preso moglie e quindi non posso venire” (Lc. 14, 20) – immagine dell’amore decaduto, la scusa più dolorosa e allo stesso tempo drammatica con cui l’uomo del mondo (l’eterno Adamo) tradisce il suo Creatore. L’uomo ha le sue nozze terrene, la gioia nostalgica delle emozioni che tanto lo ingannano. L’amore divino, quello spirituale e santo, viene sostituito dall’amore carnale, decaduto, schiavo di sentimenti ciechi e dell’egoismo (l’io a cui non possiamo rinunciare). È anche un ultimo (e quanto doloroso) rimprovero a Dio – l’uomo ha qualcuno da amare, in fondo, non ha bisogno dell’immagine dell’amore crocifisso, doloroso ma vero – l’unico che eleva le anime alla perfezione.
Qui si nasconde anche il volto del culto indurito delle cose esteriori – le prescrizioni della vecchia legge, le innumerevoli consuetudini, la stretta catena di obblighi da non infrangere, tutto pesato sulla bilancia, che separa l’uomo dall’eternità – “avete annullato la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi ” (Mc. 7, 13). L’uomo firma la propria condanna, il proprio rifiuto, così categorico, di entrare nella gioia delle nozze. L’amore si lascia vincere dalla legge – “noi abbiamo la legge e secondo la nostra legge egli deve morire” (Gv. 19, 7) – perché l’uomo sia liberato dalla legge e conosca il vero Amore.
San Giovanni Crisostomo, commentando questa parabola, ci dice: “Dio ci chiama continuamente alla sua mensa, al banchetto della grazia, ma noi spesso rifiutiamo a causa delle preoccupazioni del mondo. Ogni cosa buona, se non è messa al servizio di Dio, diventa un ostacolo alla salvezza”. Invece di lasciarci attrarre dalle cose terrene, dovremmo essere preparati nel cuore, come le vergini sagge del Vangelo che preparavano le loro candele per accogliere lo Sposo celeste (Mt. 25, 1-13).
Il mistero della chiamata
Tutti sono chiamati alla salvezza, ma la chiamata del Signore può essere rifiutata se il nostro cuore è legato alle cose terrene. “Venite, perché ecco, tutto è pronto” (Lc. 14, 17) – questa è la voce divina che bussa sempre alla porta del nostro cuore. Egli ci attende con ansia per entrare nel mistero del banchetto eterno del suo regno. Non lasciamoci rapire dalle preoccupazioni di questo mondo, perché è sempre il Signore a dire: “Figlio mio, dammi il tuo cuore” (Prov. 23, 26).
Dio, a immagine del signore della parabola, dice al suo servo, quando è colpito dal dolore e dal rifiuto: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi” (Lc. 14, 21).
Sant’Ambrogio di Milano spiega molto bene questo versetto dicendo che “il Signore chiama i poveri, gli storpi e i ciechi, e con questo vuole mostrarci sia che le nostre debolezze corporee non ci escludono dal regno dei cieli, e che chi è libero dalla tentazione del peccato raramente si affligge, sia che la misericordia del Signore perdona le debolezze dei peccatori. Chi si vanta nel Signore (1 Cor. 1, 31) si vanta come uno che è sfuggito alla vergogna del peccato, non per opere ma per fede (Rm. 8, 32)”.
Oggi è il giorno in cui si realizza il sogno di coloro che hanno atteso il tempo della venuta di Cristo, per essere con Lui nell’eternità. Tutti coloro che hanno avuto fame di giustizia, oggi sono chiamati alle nozze della giustizia, tutti coloro che hanno avuto sete di verità, oggi gioiscono nella verità, tutti coloro che hanno desiderato la salvezza, oggi ricevono la pienezza della grazia.
Il luogo sempre libero
“Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia” (Lc. 14, 23) – dove i poveri e i bisognosi hanno riempito gli incroci, si mostra come il luogo in cui la grazia colma tutte le anime dolenti, i veri ricchi di spirito a cui è stato concesso il mistero delle nozze eterne.
C’è ancora posto (oggi e anche domani) nel mistico Regno, c’è ancora posto alla tavola del Re, c’è ancora posto nella cerchia degli amati dello Sposo – e tutte le nazioni sono chiamate a gustare il mistero della fede e della buona novella. Qui troviamo anche una prefigurazione dell’evangelizzazione universale, la Parola vivente viene portata per il nutrimento di tutte le nazioni che erano fuori dalle porte di questa cena meravigliosa – da lì inizia la salvezza.
Matteo apostolo attira la nostra attenzione su un dettaglio che fa riflettere: Dio (il Re) entra nella cena chiudendo le porte e guarda la sua umanità chiamata a tavola, faccia a faccia – il Creatore che entra nel mistero dell’amore compiuto con la sua creazione – ma uno dei convitati “non era vestito con abiti nuziali ” (Mt. 22, 11) e viene portato fuori. Ogni re ha rivestito con onore i suoi ospiti con le vesti più preziose, in modo che tutti potessero risplendere come luci nella gloria delle nozze. Colui che viene privato della veste della grazia è colui che ha rifiutato la veste del re – quella data gratuitamente – a un prezzo molto alto, quello del sangue versato sulla croce della salvezza.
Il nuovo Israele
Il messaggio di questa parabola, il messaggio della mistica preparazione all’avvento di Colui che viene nel mondo, non si limita al rapporto tra Israele e i popoli pagani, come era nella prima fase dell’annuncio del Salvatore, ma riguarda tutti noi cristiani che siamo chiamati a partecipare al Regno di Dio. È nostro dovere non rimanere lontani dalla mensa del regno celeste, che oggi si rivela nel mistero della Santa e Divina Liturgia.
San Giovanni Crisostomo ci esorta ad accostarci ai divini misteri il più spesso possibile, con la dovuta preparazione, perché la comunione con il Corpo e il Sangue del Signore è il più grande mistero della Chiesa. Come in questo mondo fugace, in questo pellegrinaggio della vita, prepariamo con gioia i pasti per i nostri amici e i nostri cari, desiderando sempre dare loro il meglio, così il Signore prepara sempre per noi la tavola del suo Regno – la cena eterna della Liturgia.
“Gustate e vedete che il Signore è buono” (Sal. 33, 8), ci esorta il salmista, e sant’Isacco il Siro ci dice che nulla può sostituire la gioia e la pace che può provare l’anima che partecipa ai Santi Misteri. Oggi siamo chiamati a purificare i nostri cuori e ad essere degni della chiamata alla cena celeste del Re immortale, perché questa è la via che conduce alla salvezza e alla vita eterna.
La Liturgia – Le nozze eterne che ci ricostituiscono
Dal battesimo in poi, portiamo dentro di noi, operante, il “sigillo del dono dello Spirito Santo” – siamo rivestiti degli abiti regali e chiamati alla cena celeste. Questo sigilla i nostri sensi come uno sprone a crescere nella partecipazione alle cose celesti, a vedere le cose di Dio, a udire e comprendere la parola di Cristo, a sentire l’odore della buona fragranza spirituale di chi sta in alto, di pronunciare quelle di lode e di benedizione, di sentire il fuoco vivificante e salvifico della fede, di lavorare per il Signore e di camminare sulla sua via, e di essere sempre sposi alle nozze mistiche ed eterne, celebrate nella Divina Liturgia.
Venendo alla la Divina Liturgia e vivendola, entriamo nella casa di Dio che, nel mistero delle nozze eterne, osiamo chiamare senza condanna per l’eternità: Padre nostro! Non siamo più orfani, siamo figli del Re.
La parabola che abbiamo ripercorso oggi riassume tutta la storia dell’Antico Testamento. Gli ebrei, chiamati all’ultima cena, rifiutarono l’invito del Salvatore. Invece, tutte le altre nazioni lo seguirono. La cosa più sorprendente, tuttavia, è l’immagine di queste nozze celesti. Cristo, lo Sposo eterno, è promesso sposo alla Chiesa, la sposa scelta prima dei secoli – tutto compiendosi in un unico grande banchetto.
Le nozze cominciano qui, come banchetto liturgico, e terminano dall’altra parte, nel Regno dei Cieli, come banchetto celeste. La morte si fonde con le nozze, perché lo Sposo darà la vita affinché la Sposa abbia vita in abbondanza, e questo è il passaggio dal banchetto di qui al banchetto nel Regno.
Il mistero dell’Eucarestia – il mistero del matrimonio
L’Eucarestia costituisce il cuore della Divina Liturgia e, fin dall’inizio della vita cristiana, è stata il fondamento su cui si è basata l’assemblea di coloro che, divenuti figli di Cristo, figli del re e amici dello sposo, hanno cercato di ricevere e conservare, realizzare e trasmettere il tesoro lasciato dal Signore attraverso i suoi santi Apostoli, rendendolo presente, per opera dello Spirito Santo, in ogni generazione. In questo modo, ognuno di noi partecipa sempre al mistero della Cena delle nozze, la Cena benedetta che non ha mai fine.
A coloro che desiderano gustare il cibo regale che la Divina Liturgia rivela e condivide nella comunione, Dio stesso viene incontro (anche al cieco nello spirito, anche allo zoppo che inciampa nelle questioni ecclesiastiche anche al povero in spirito, anche a me, a voi e a tutti noi), scrutandoli e toccando i loro cuori con il soffio della grazia – la gioia di essere sempre a tavola con Colui che si fa cibo vivo per la vita eterna.
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Anche noi, in quest’ora, cerchiamo profondamente e seriamente “il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto ci sarà dato in aggiunta” (Mt. 6, 33).
Perché solo così potremo entrare nelle nozze eterne e senza fine, le nozze della gioia e della grazia incommensurabile, le nozze dell’amore che travolge ogni anima, le nozze che ci uniscono per sempre all’immagine di Colui che ha dato la vita per noi, il matrimonio delle nozze e della vita – le mie nozze e anche le vostre, nella luce gioiosa (e senza fine) della gloria santa del Padre celeste, che ci accoglie nel suo Regno per sempre.
† Atanasie di Bogdania



