31ª domenica dopo Pentecoste | Il mistero della vista spirituale La guarigione del cieco di Gerico

Vangelo di Luca 18, 35-43

Nel nostro viaggio attraverso i misteri del Vangelo, ci troviamo oggi di fronte a un miracolo che troviamo in tutti gli evangelisti sinottici, cioè in Matteo (20, 29-34), Marco (10, 46-52) e Luca (18, 35-43). Luca, l’amato medico, ci mostra che c’è in realtà un significato misterioso e arcano, qualcosa di molto speciale in questo miracolo. La guarigione del cieco di Gerico è l’ultimo miracolo che il Salvatore Cristo compie prima di salire per la passione a Gerusalemme.

Il Signore scende a Gerico (che simboleggia il mondo decaduto), il punto più basso della Terra Santa, e poi sale al Monte Sion, la città santa, che si vede veramente, guardando dal Mar Morto e da Gerico, come una montagna possente – una prefigurazione del Regno dei Cieli. L’intero viaggio mostra il legame spirituale tra il Giordano, simbolo del battesimo e della rinascita spirituale, e Gerusalemme, luogo in cui si completerà l’opera di redenzione del Salvatore.

Cristo passa oggi per Gerico, dove gli ebrei passarono dopo 40 anni di peregrinazioni nel deserto quando entrarono in Terra Santa. Il Signore compie il suo ultimo pellegrinaggio, che avviene solo pochi giorni prima del suo meraviglioso ingresso a Gerusalemme, che celebriamo nella festa della Domenica delle Palme – la festa dell’ingresso del Signore a Gerusalemme, alla sua sofferenza volontaria e alla nostra redenzione dalla morte.

È così che si collegano i significati mistici del Vangelo di oggi, perché da dove il popolo d’Israele entrò nella terra promessa, aprendo gli occhi al nuovo regno della vita, lì passa anche il Salvatore, andando a Sion per abbracciare il mistero della Croce, lì aprirà anche gli occhi dei ciechi – tutta l’umanità, tutti noi, affinché possiamo capire e vedere che solo attraverso la Croce e la sofferenza possiamo ottenere il Regno dei Cieli.

L’intera ascesa a Gerusalemme simboleggia, in modo mistico, il sacrificio che Cristo è pronto a compiere per la salvezza del mondo intero, e Bartimeo, il cieco della strada, che lo segue dopo essere stato guarito, diventa l’icona del discepolo fedele che risponde alla chiamata divina e segue la via dell’apostolato.

La perseveranza ostinata che vince

Tutto il 18° capitolo di Luca è dedicato al perseverare nella fede. I primi versetti ci raccontano la parabola della vedova ostinata, seguita da un’altra parabola – a noi molto più familiare – quella dell’esattore delle tasse e del fariseo. Il racconto prosegue con i bambini portati al Salvatore per essere benedetti, seguiti dall’incontro con il giovane ricco che cerca una risposta su come poter ereditare il regno di Dio. Dopo aver parlato di ricchezza e di sacrificio, il Signore annuncia per la terza volta la sua Santa Passione a Gerusalemme, dove stava per salire, ma non prima di aver incontrato il cieco di Gerico.

Il volto del giudice ingiusto non poté rifiutare l ‘insistente richiesta di una povera vedova. Il Signore accoglie la preghiera dimessa e umile del pubblicano. È Cristo che accoglie i bambini , “perché a questi appartiene il regno di Dio” (Lc 18, 16). Oltre a questo, Cristo ci mostra che chi è saldo nella misericordia è salvato e che la vera ricchezza è in Dio. Dopo di che, davvero il cieco di Gerico diventa il più ricco dei Giudei, perché oggi riceve, perseverando nella preghiera, non solo la vista del corpo, ma anche Cristo Signore, l’illuminazione del cuore e dell’anima.

Due volte cieco

San Cirillo di Alessandria fa luce fin dall’inizio su questa meravigliosa guarigione, con la quale il Signore inizia il suo viaggio verso Gerusalemme, luogo della sua sofferenza e della sua risurrezione: Il cieco fu guarito da due cecità. Non fu guarito solo dalla cecità del corpo, ma anche da quella della mente e del cuore. Non avrebbe glorificato Cristo come Dio se non avesse avuto la vista spirituale”.

Colui che l’apostolo Marco ci mostra con il nome di Bartimeo (Mc. 10, 46), vive nella rassegnazione e nel dramma, implorando e aspettando la misericordia. Qui si nasconde il destino di tutta l’umanità: accecata dalla caduta, priva di vista spirituale, seduta ai margini, si mostra infedele a Dio. L’umanità ha perso la sua meta e il senso della sua storia, andando sempre come in una spirale, seguendo la triade del dramma, di quella che San Massimo il Confessore definiva la tragedia dell’uomo (sempre contemporanea): il dolore, che cerca il piacere e porta (l’uomo di nuovo) alla caduta.

L’umanità vive, come il cieco, di misericordia e non si sazia, come il figliol prodigo, che cerca il ritorno, sempre vivo, al Padre celeste. Trovandosi nella Gerico delle nostre anime (sotto il livello del mare – del nero delle nostre cadute), ha solo una possibilità di uscire dall’impasse – salire a Gerusalemme, alla sofferenza, alla Croce – solo lì c’è la redenzione. Abbracciare, nell’instancabile veste dell’amore, questo cammino che porta al dolore, si rivela davvero la via della guarigione e del miracolo.

Il potere dei sensi spirituali

“Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Lc. 18, 38) – ci viene rivelata la preghiera profonda del cuore, quella che unisce il cielo e la terra, che riconcilia l’uomo con Dio e pone le basi per il Regno dei Cieli, il luogo stesso in cui ogni anima, nel dolore che cerca la guarigione, incontra il Creatore che ricostruisce in ogni cuore spezzato il Paradiso perduto.

Sebbene Bartimeo fosse cieco, la sua mancanza di vista fisica non ostacolava il suo discernimento spirituale. Egli usa altri sensi, come l’udito e la voce, per entrare in contatto con la realtà che lo circonda. Questa diventa una potente metafora di come i nostri sensi interiori e animici possano compensare le limitazioni corporee. Senza la vista, egli sente e percepisce la presenza del Signore e grida a lui – l’umanità accecata grida sempre con speranza a Dio.

Bartimeo si dimostra un conoscitore delle Scritture, sa che il Nazareno non può che essere la discendenza di Davide, il mistico re scaturito dalla verga di Iesse, desiderato e pianto dagli ebrei, da secoli sotto l’occupazione straniera. Figlio di Davide e Figlio di Dio, che prende le sembianze del Figlio dell’Uomo – colui che è il Regno dei Cieli, ma non dalle pietre della Gerusalemme terrena, bensì dalle pietre del pentimento e della sofferenza, dalla vite della Croce da cui scaturirà la vita, che oggi si riflette negli occhi del cieco guarito.

Gli Apostoli litigano su chi sia fra di loro il più grande (Mc 10,37) e il più degno di stare alla destra e alla sinistra del Salvatore, passando per il mistero del terzo e ultimo annuncio della Passione, mentre Bartimeo, in pochi istanti, penetra il mistero della Divinità e ne fa esperienza acquisendo la vista spirituale oltre che corporea.

Il mistero della fede

Sebbene coloro che lo circondano lo critichino e cerchino di farlo tacere, Bartimeo non si scoraggia. Grida ancora più forte, rendendosi conto che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di salvezza –“e molti lo rimproveravano affinché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: Figlio di Davide, abbi pietà di me” (Mc. 10, 48). Questo comportamento simboleggia la perseveranza nella preghiera e la lotta interiore che ogni credente deve sostenere, ignorando le pressioni sociali o i giudizi di chi lo circonda.

Quando il dolore travolge le profondità toccate dalla grazia, colui che ascolta meglio di tutti non smette di gridare. “E chiamarono il cieco, dicendogli: ”Coraggio, alzati! Ti chiama” (Mc. 10, 49) – da questo grido, spesso della nostra stessa disperazione, il Signore ci viene incontro e si trova faccia a faccia con il dolore che sarà schiacciato dalle sue radici. Queste parole riflettono l’essenza del rapporto dell’uomo con Dio. La fede è la chiave con cui l’uomo può sollevarsi dal suo stato di sofferenza e di impotenza. Dio chiama l’uomo alla salvezza e l’uomo deve rispondere a questa chiamata con la fede, ma anche con l’azione.

Il Signore ascolta sempre il dolore crescente dell’uomo che soffre (e chi non sopporta almeno un po’ di sofferenza?) e si ferma. Dio si ferma! – San Gregorio il Dialogo vedeva in questo “arresto” il simbolo della divinità di Cristo – l’uomo è sempre mutevole e sempre in cammino, Dio è sempre lo stesso, è Colui che è (Gv. 3, 14)– immutabile , ma sempre superato dal proprio amore e dalla propria misericordia, che si mostrano incommensurabili.

Il miracolo è stato compiuto sulla via, affinché il passaggio del Salvatore su quella via (della sofferenza) sia di beneficio spirituale per tutti noi. La via simboleggia la continuità della predicazione e l’incessante guarigione che il Signore dona a coloro che lo cercano con fede e umiltà.

Dalla bocca di uno degli apostoli (potrebbe essere Pietro, trafitto dal pentimento, dopo aver rimproverato il Signore di non seguire la via della Croce?) esce l’incoraggiamento: osate – è questo che chiama anche noi, ogni volta, nell’ora della prova.

Il Signore è sempre al fianco della sofferenza che sembra insormontabile. Uno dei Padri era solito dire quanto il Signore si rallegrasse quando gli chiediamo l’impossibile con fede rafforzata; è lì che la divinità si rivela veramente – nell’impossibile.

E il cieco, gettata la veste, balzò in piedi e venne da Gesù” (Mc. 10, 50).

La veste del peccato, la veste del dolore, la veste dei problemi e del dispiacere – viene gettata via. Il miracolo non era ancora avvenuto, ma l’uomo non aveva più il potere di rimanere nel vecchio, desiderando l’abito della grazia della resurrezione sempre rinnovata, sempre viva, sempre profumata. Di ciò che il cieco avrebbe visto, nessuno lo sapeva con certezza, ma la fede viva e forte era vittoriosa. La nuova veste della grazia il cieco non l’aveva (ancora) ricevuta, ma la vecchia l’aveva già gettata via, essendo interiormente purificato.

Il gesto con cui Bartimeo getta via la veste è un simbolo profondo della rinuncia all’uomo vecchio, al passato pieno di debolezze e peccati. È l’atto di lasciare andare la propria vecchia identità per prepararsi a ricevere la guarigione e la trasformazione (la misteriosa metamorfosi) donata da Dio.

Il salto di Bartimeo è visto come un simbolo di resurrezione, di nuova vita. È un atto di coraggio e di fede, con cui l’uomo passa dalle tenebre (la sua cecità fisica è un’immagine delle tenebre spirituali) alla luce, alla nuova vita che riceve attraverso l’incontro con Cristo.

“E il cieco gli disse: ‘Maestro, fammi vedere di nuovo ’” (Mc. 10, 51).

Il cieco chiede a Cristo misericordia, poi osa e gli chiede la vista – la vista di nuovo, una seconda volta (perché prima aveva visto con occhi corporei), –ma questa volta non una vista fugace, non come quella che aveva perso, ma una vista del Signore, una vista che apre l’anima, una vista che allarga il cuore, una vista che dona la grazia che rivela il mistero della sofferenza. Il Signore opera in modo travolgente, gli dice che invece della fede gli dà la vistama gli dà anche qualcos’altro, gli dà la salvezza dell’anima – il dono più grande!

Sulla via di Gerusalemme, Cristo rivolge la stessa domanda (Che cosa vuoi che io ti faccia? – Lc. 18, 41) ai due figli di Zebedeo, gli apostoli Giacomo e Giovanni, i quali, non ancora nell’età della perfezione spirituale, gli dicono: “concedici di sedere, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra, nella tua gloria” (Mc. 10, 37) – cosa che il Signore non realizzerà. Ma l’impotente, il cieco ha il potere di chiedere tutto e di chiedere il bene. Chiede che gli si aprano gli occhi, per vedere il volto di Colui che può guarirlo – la salute della vista della sua anima deve essere coperta dalla vista dei suoi occhi, verso una pienezza d’uomo, immagine del Dio vivente.

Cristo porta la guarigione, ogni volta, senza violare la libertà della persona. Questa è una lezione essenziale su come Dio opera nella nostra vita, rispettando sempre la scelta dell’uomo di accettarlo o rifiutarlo. Bartimeo, con il suo grido, manifesta la sua fede e Cristo risponde, ma la guarigione avviene grazie al consenso della sua fede incrollabile.

Seguire Cristo – la via per soffrire (insieme)

Colui che ha compreso il mistero della Divinità – il cieco di Gerico – oggi ha ricevuto la vista e segue Cristo. Questa sequela si mostrerà come una sequela verso la croce e la sofferenza, essendo il miracolo compiuto da Cristo l’ultimo della serie di quelli che hanno illuminato la Galilea delle genti – ad esso se ne aggiungerà solo un altro, raccontato solo da Giovanni, l’apostolo dell’amore, ossia la risurrezione di Lazzaro.

Perché l’uomo possa gustare la Vita, il Signore deve chiamarlo dalla tomba (questa vita) per fargli gustare la Risurrezione. Avviene uno scambio, (sempre) inequivocabile – il Signore assapora la morte, perché l’uomo assapori la Vita, ma, prima di questo, prima della sofferenza, prima della Croce – all’inizio della salita a Gerusalemme, apre gli occhi di Bartimeo e, attraverso di lui, di tutti noi, perché possiamo non solo vedere, ma anche comprendere il mistero della salvezza eterna che sarà realizzata dal Sacrificio del Calvario.

Attraverso la glorificazione del miracolo da parte di tutti coloro che hanno accompagnato Cristo nella silenziosa ascesa a Gerusalemme per soffrire, dalla Gerico della vita decaduta, diventiamo tutti partecipi della gioia di vedere Dio e di soffrire con lui, confidando nella verità rivelata dalle parole dell’apostolo Giacomo che dice: “e la preghiera della fede salverà l’ammalato e il Signore lo risusciterà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5,15).

Ho visto la vera luce

Il miracolo di oggi è la chiave che chiude un capitolo del ministero terreno del Salvatore Cristo. Dopo Gerico, segue la salita a Gerusalemme, al Golgota – da qui il Salvatore non farà più miracoli, in un certo senso terminerà la sua missione, inizierà la sua sofferenza e il suo dolore.

Quello di oggi rimane un miracolo simbolico, un miracolo che parla del nostro cambiamento interiore e spirituale nel nostro rapporto con Cristo. È un miracolo che cerca di mostrarci ciò che è essenziale nella vita, ciò che il Signore vuole veramente da noi – vedere le cose attraverso un prisma divino, uscire dalla cecità spirituale, aprire i nostri cuori al Cielo.

Sant’Efrem conclude in modo mirabile quando dice che “il Signore aprì gli occhi corporei del cieco, perché prima vide gli occhi del suo cuore aperti”. La persona guarita, nella cui immagine tutti noi ci ritroviamo, segue Cristo, intraprende un cammino di sofferenza, nel quale anche noi siamo chiamati a metterci in cammino – seguendo, oggi, con occhi nuovi, Colui che è “la Via, la Verità e la Vita ” (Gv. 14, 6).

In questo modo comprendiamo pienamente che la vera cecità è quella spirituale e la vera guarigione è quella dell’anima. È la fede che apre gli occhi del cuore e porta alla salvezza.

La guarigione del cieco di Gerico si rivela una lezione essenziale: una fede forte e una preghiera sincera possono sempre portarci la risposta desiderata da Dio. La Lettera di Giacomo (4, 3) ci avverte che spesso non riceviamo risposta alle nostre preghiere perché chiediamo cose che non ci sono di alcuna utilità spirituale, o che sono motivate solo da desideri egoistici: “chiedete e non ricevete, perché chiedete male, per sprecare nei piaceri” – Bartimeo fu colui che seppe bene come chiedere e ricevette ciò che chiese.

Il Vangelo di oggi ci parla della guarigione della cecità del corpo e dell’anima. Entrambe sono ostacoli al buon andamento della vita, ma la cecità spirituale è molto più dannosa di quella fisica, alla quale il cieco era comunque abituato. La misericordia di Dio verso le sue creature ci spinge a essere misericordiosi e gentili, proprio come lo è il nostro Padre celeste.

Bartimeo, il mendicante cieco, in piedi lungo la strada con l’orecchio destro, oggi con il cuore aperto ha ricevuto non solo il dono della vista corporea, ma anche di quella spirituale, che lo rende un discepolo del Salvatore, che va dietro al Signore, senza chiedergli altro, sapendo che non troverà sulla terra un tesoro più grande di Cristo stesso.

Aiutaci, o Signore, a guarire dalla nostra cecità d’animo e ad aprire gli occhi del nostro cuore, affinché possiamo seguirti nella Gerusalemme celeste e ottenere la vita eterna!

† Atanasie di Bogdania