30ª domenica dopo Pentecoste | L’amore vivo che nasce dalla misericordia

Il giovane ricco – Osservare i comandamenti

Vangelo secondo Luca 18, 18-27

Nel mistico cammino della Quaresima saliamo un altro gradino ricco di grazia, che porta ancora una volta in primo piano il messaggio della misericordia, così importante per poter accogliere Colui che viene a donarsi a noi per la salvezza.

La ricchezza ma anche l’abnegazione, l’adempimento dei comandamenti ma anche la rinuncia a tutto, l’amore di Dio ma anche la forza di lasciare tutto per realizzare veramente l’amore che è al di sopra di tutto: ecco il filo rosso che seguiremo in questa domenica benedetta.

San Marco l’Asceta anticipa il messaggio nascosto nel Vangelo di oggi, dicendo: “Il Signore è nascosto nei suoi comandamenti e chi lo cerca lo trova secondo la misura del loro adempimento… ed egli stesso ha detto: Chi mi ama osserverà i miei comandamenti e sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi mostrerò a lui” (Gv. 14, 21).

Ma comprendiamo chiaramente che solo se adempiamo (tutti) i comandamenti del Signore, arriviamo a conoscerlo nella misura dell’amore perfetto, a cui siamo chiamati a giungere, purificando il nostro cuore e la nostra mente da tutti i peccati (le ricchezze accumulate) nel deserto di questo mondo decaduto (la nostra anima).

Bontà e perfezione

Oggi, come ci dice San Clemente Alessandrino in modo allegorico: la vita è stata interrogata sulla vita, il Salvatore sulla salvezza, il Maestro sul più importante degli insegnamenti da Lui impartiti, la verità sulla vera immortalità, la Parola sulla Parola del Padre, la perfezione sul perfetto riposo, l’immortalità sull’unica immortalità”.

Ma il mistero del Vangelo, che abbiamo appena incontrato, sta nel capire la differenza, così grande, tra la bontà (e chi è veramente buono?!) e la perfezione, tra la Vita e la vita, tra la Verità-Cristo e la verità per sentito dire, tra la Parola-Cristo, che guarisce, e la parola, la domanda con cui procede il nostro cammino.

Il giovane ricco, buono nelle azioni, osservante dei comandamenti dell’Antico Testamento, si scontra con l’incapacità di diventare perfetto. La bontà si mostra umana, ma la perfezione viene da Dio.

La bontà è utile e necessaria in un mondo assediato dal peccato e dal dolore – la perfezione, invece, è gratuita e mistica, come la bellezza, come l’amore, come il dono di sé, come il sacrificio, come le nozze dello Sposo nel Vangelo di Luca. Non dimentichiamo che siamo tutti chiamati a essere spose alle nozze dello Sposo, a una condizione: che abbiamo l’abito dell’abnegazione che ci ricopra della veste del pentimento.

La pietra d’inciampo

Se volete essere perfetti – “vendete tutto quello che possedete e dividetelo tra i poveri, e avrete un tesoro in cielo; e venite al mio seguito” (Lc 18, 22) – è la parola del Signore che diventa una pietra d’inciampo per il giovane ricco. Siamo chiamati a lasciare tutto (soprattutto la nostra volontà, che è dannosa sulla via del compimento) e a seguire il Signore – ecco il mistero!

Donare completamente la nostra vita, rinunciare a noi stessi, morire a noi stessi (e soprattutto al mondo) e seguire Colui che è venuto a darci la vita dalla Sua Vita – questa è la misura dell’amore a cui siamo chiamati!

Sant’Agostino interpreta molto bene l’incontro tra Cristo, che ci dona tutto, e il giovane ricco che non poteva rinunciare alle sue ricchezze, dicendo: “Il giovane chiese al Signore come avrebbe potuto ereditare la vita eterna, e gli fu risposto che doveva vendere tutto quello che aveva e dividerlo tra i poveri, e così avrebbe avuto un tesoro in cielo. Perché si allontanò dal Signore addolorato, se non perché, come dice la Scrittura, era molto ricco? Una cosa è non desiderare di raccogliere ciò di cui si ha bisogno, un’altra è dividere ciò che si è accumulato. La prima è come rifiutare il cibo, la seconda è come tagliare un membro dell’osso”.

Il sapore amaro della Croce – il dolce mistero della Resurrezione

Ciò che il Signore fa per la salvezza del mondo – l’assunzione della Croce, a cui ci chiama – diventa misura per tutti coloro che vogliono seguirlo. Comportarsi come dèi (“voi siete dèi e tutti figli dell’Altissimo ” – Sal. 81, 6) in mezzo agli uomini (anche buoni) è la misura dell’amore che non viene mai meno.

Parole dure per un giovane che ha tutto – eppure rimane con un vuoto nel cuore. In fondo, la cosa più difficile a cui possiamo rinunciare nella vita non è la ricchezza, che è esteriore e fugace, ma la volontà di sé, che è interiore e spesso incrollabile.

Tutto nel mondo porta con sé luci e ombre, grazia e dolore, anche la ricchezza. Il giovane di oggi sperimenta, in modo un po’ drammatico, un’inversione di valori: si rende conto che la ricchezza (la gloria terrena) non è necessariamente una benedizione di Dio (il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza), ma nemmeno la povertà è necessariamente un castigo di Dio (la chiamata di Cristo, la povertà che salva).

Il giovane ricco, oggi, passa per il mistero della Croce, il mistero di Cristo, perché non cerca la vita eterna (nel Regno), ma un prolungamento della vita terrena, qui in questo mondo decaduto e lontano dalla perfezione, cerca una sorta di giovinezza senza vecchiaia e di vita senza morte, che troviamo veramente nel Regno dei Cieli. La vita eterna è Cristo – e solo chi lo segue la ottiene.

I comandamenti del Signore

Il Vangelo di oggi rivela un altro mistero: qui sulla terra non siamo noi a osservare i comandamenti del Signore , ma sono i comandamenti del Signore a tenerci lontani da ogni male in questo mondo.

Nella ricerca della perfezione di cui ha sete l’anima del giovane nel Vangelo di oggi, il Signore gli dà la misura dell’uomo buono, retto, con un certo calibro spirituale – la misura dell’uomo che si difende dal male, ma quanto questa misura è lontana dalla sete di immortalità che solo la perfezione nel Signore può placare.

Nell’incontro che commuove il cuore del giovane, Cristo cita cinque dei dieci comandamenti ricevuti da Mosè sul monte, mettendoli in un ordine diverso da quello mosaico, ma mostrando in qualche modo che tutti si riducono a uno soltanto: non fare del male al tuo prossimoEgli protegge l’uomo circondandolo di comandamenti, affinché sia meno malvagio (ma non perfetto).

Il Salvatore non pronuncia i comandamenti più importanti, soprattutto il primo, che mostra la misura dell’amore per Dio (“Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio ” – Lc 18, 19). I comandamenti definiscono la nostra relazione eterna con il Signore (da cui riceviamo la vita), con il prossimo (da cui riceviamo la salvezza) e con noi stessi (da cui riceviamo la guarigione delle ferite passate) – il tutto coronato dal mistero della confessione.

È nella misura dell’amore di Dio che si mostra la differenza tra l’essere buoni e l’essere perfetti. Ecco il passo decisivo che ci fa passare dal timore di Dio all’amore di Dio.

Prendere la croce

Non c’è perfezione senza la Croce, non c’è resurrezione senza la Croce, tutto il destino della salvezza è nascosto nel mistero della Croce, per questo il Salvatore guardandolo con amore, gli disse: Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; poi prendi la tua croce, vieni e seguimi” (Mc. 10, 21).

Cristo guarda con favore a colui che gli sta davanti – adempiente i comandamenti, cercatore d’amore, pellegrino verso la perfezione. Colui che ha creato l’uomo sa che il giovane farà il passo di lasciare tutte le ricchezze e le preoccupazioni mondane per unirsi silenziosamente a Colui che solo è perfetto, ma non ora. Il cambiamento profondo richiede tempo, e il tempo arriverà a suo tempo.

Il Signore vede la ferita nell’anima di ognuno di noi, proprio come ha visto la ferita di questo giovane ricco che non era soddisfatto della sua vita – aveva sete di Grazia, aveva fame di Verità. Solo così possiamo capire che l’amore diventa vivo (il giovane era alla ricerca di questo amore da cui scaturisce la graziase è mosso dalla misericordiaIn fondo, tutta la Scrittura è misericordia, quella misericordia incommensurabile e quell’amore sconfinato per l’uomo: qui si nasconde il mistero della Divina Liturgia.

Il passo chiesto dal Signore sembra difficile da compiere tutto in una volta – “all’udire questo, si rattristò, perché era molto ricco” (Lc. 18, 23) – la tristezza ci colpisce quando dobbiamo rinunciare a tutto ciò che abbiamo (e cosa abbiamo?!), proprio per fare spazio al Signore nel nostro cuore. Anche l’accoglienza della grazia è una crisi: la grazia smuove le profondità del nostro cuore, ma spesso ci sconvolge.

La cruna dell’ago

Il Signore stesso trae la conclusione dell’incontro con il giovane che non riesce a superare i suoi limiti, dicendo a tutti i presenti che “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio” (Lc. 18, 25). San Giovanni Damasceno dice, mirabilmente, che i santi “quando udirono questo comandamento, decisero di fuggire dal peso delle ricchezze dividendo i loro beni. Con questa spartizione delle loro ricchezze ai poveri, hanno accumulato per sé tesori eterni”.

Il cammello del Vangelo di oggi è colui che porta il peso dei fardelli della vita (le ricchezze che continuiamo ad accumulare), e per passare attraverso la cruna dell’ago – quella stretta di Gerusalemme – ha dovuto prima deporre tutti i suoi fardelli (tutte le preoccupazioni mondane gettiamole via), poi inginocchiarsi con i piedi anteriori, chinare il capo (segno di umiltà) e passare pazientemente dall’altra parte. Sant’Arsenio il Grande dice che la volontà personale è la porta sfacciata tra l’uomo e Dio” – e quanto è difficile per noi tagliare la nostra volontà e abbattere questa porta spesso invalicabile.

Ma non dimentichiamo la conclusione: Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio (Lc. 18,27). Ciò che non possiamo fare, Dio lo farà in noi: abbatterà la porta dell’orgoglio, stabilirà la porta dell’umiltà. Il Signore può sempre rimpicciolire il cammello e ingrandire la cruna dell’ago!

La tradizione della Chiesa ci dice che il giovane ha fatto il passo decisivo, l’amore con cui il Signore lo ha considerato fin dall’inizio ha detto la sua parola. La ricchezza nascosta nei granai, un tempo donata ai poveri, è diventata luce e grazia inestimabile per l’anima di colui che è morto a questo mondo per vivere nel, con e attraverso il Signore. Qui comprendiamo la parola pronunciata da Cristo: “Con la vostra pazienza otterrete le vostre anime” (Lc. 21,19).

E chi può essere salvato?

L’unica domanda veramente essenziale nella vita è: come trovare il senso della salvezza, la via della Verità? Non è possibile salvarsi da soli, Cristo stesso ce lo rivela, ma possiamo farlo con l’aiuto del Dio vivente.

Clemente Alessandrino ci insegna splendidamente che le vere ricchezze da cui separarsi in questa vita fugace sono le passioni dell’anima: “Non separarti dunque dai tuoi beni, ma piuttosto dalle passioni della tua anima, che non ti permettono di fare un uso migliore dei tuoi beni, affinché tu diventi buono e bravo e ne faccia buon uso.

Rinunciare alle passioni significa anche rinunciare alle cose del mondo – “non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui” (I Gv. 2, 15), e chi non lo fa è un ostacolo sulla via di Dio: “chi vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio” (Gc 4,4).

I primi a lasciare tutto furono gli Apostoli – famiglia e beni – per seguire Cristo. Un sacrificio non facile e che ha significato tutto. Ma la rinuncia a tutto è ricompensata dalla promessa del Salvatore che avrebbero ottenuto molto di più in cambio: “Vi dico la verità: Non c’è uomo che abbia lasciato casa, moglie, fratelli, genitori o figli per il regno di Dio e non abbia in questo tempo presente più abbondantemente e nell’età futura la vita eterna” (Lc. 18, 28-30).

Attraverso le parole del Salvatore, riceviamo, ciascuno di noi, una risposta universalmente valida – in qualsiasi luogo e tempo viviamo. Chi ha la forza di rinunciare al proprio ostacolo (ricchezza, passione, caduta o impotenza) per seguire Cristo erediterà la vita eterna. L’amore appassionato per i beni è solo una delle pietre d’inciampo, perché tutto ciò che ci deruba si mostra come un ostacolo alla sequela di Cristo – “In verità, in verità vi dico: Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv. 8:34).

La vita eterna è Cristochi lo segue la ottiene.

La tentazione delle ricchezze (del giovane) è anche la tentazione dei nostri antichi progenitori – avevano il giardino del paradiso e tutte le sue ricchezze, – ma avere Dio era troppo al di là della loro comprensione. Ciò che è palpabile, visibile, buono al gusto (l’albero della conoscenza del bene e del male) è sempre stato molto più attraente di qualcosa che non si vede (i misteri del cuore, oscurati dalla grazia) e che sembra molto al di là della nostra comprensione.

Comprendiamo che la povertà, di per sé, non è una virtù, non può rendere un uomo umile, né può rendere un uomo divino – l’unico che può farlo è il Salvatore Cristo. Pertanto, lo scopo della nostra vita non è incontrare noi stessi (attraverso i beni), ma Dio, che – “essendo ricco, per amor vostro (nostro) si è fatto povero, affinché voi (noi) siate ricchi per mezzo della sua (nostra) povertà” (2 Cor 8,9).

Questo è il grande mistero più profondamente vissuto dagli Apostoli, che sono venuti a guadagnare la Vita attraverso il martirio e la morte, e l’unica ricchezza che hanno acquisito qui in questo mondo è stata la ricchezza dei tormenti, delle persecuzioni, del disprezzo, del dolore e della sofferenza – affinché alla fine potessero guadagnare Cristo.

San Paolo ha descritto in modo così toccante, nella sua Prima Lettera ai Corinzi, cosa significa veramente seguire il Signore, suggellando, con la propria esperienza, la sequela di Cristo:

“Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi. Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori!” (Cor 4, 11-16).

La nostra vera e unica ricchezza è Cristo

Non perdiamola mai!

† Atanasie di Bogdania