22a domenica dopo Pentecoste | Il ricco epulone e il povero Lazzaro

Abbracciare la povertà che ci apre il cielo

Vangelo secondo Luca 16, 19-31

Il nostro faticoso cammino attraverso i misteri della Scrittura ci avvicina a una nuova tappa che ci condurrà alla Quaresima della Natività, una Quaresima di luminosa attesa, di gioia e di grazia che illuminerà tutte le nazioni della terra, ma non prima di esserci preparati interiormente, purificando profondamente tutti i nostri sensi.

Il sedicesimo capitolo di Luca, al centro del quale ci troviamo oggi, inizia con la parabola dell’amministratore non credente e prodigo che, grazie al dono di sé e alla misericordia, è riuscito a giustificarsi rettamente e a sfuggire al castigo che sembrava inevitabile. L’insegnamento di Cristo è chiaro: Non potete servire Dio e mammona ” (Lc 16, 13).

I farisei, amanti del denaro, ricevono un ulteriore rimprovero: “Siete voi che vi fate giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori; perché ciò che è esaltato dagli uomini è abominio davanti a Dio” (Lc 16, 15). L’abominio di cui parla il Signore è l’idolatria, in questo caso l’amore per il denaro. Mamona in aramaico significa ricchezza, da qui il significato dell’amore per il denaro – mamona che diventa l’idolo del denaro. Il denaro ha spesso un’influenza spaventosa sull’anima umana, che diventa serva della ricchezza, e questo idolo non fa che sostituire Dio nel cuore dei caduti.

Dopo questo duro rimprovero, Cristo ci racconta la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, nei cui misteri cercheremo di entrare oggi, imparando cosa sono le vere ricchezze, ma anche la povertà che riapre le porte del Paradiso.

Scuola di umiltà e misericordia

Sei ricco? Non sono contro di te! Sei avaro? Per questo ti condanno! – ci dice San Giovanni Crisostomo, mostrando che il peccato più grande, che priva del Regno dei Cieli il ricco del Vangelo di oggi, è proprio l’incapacità di essere misericordioso, l’incapacità di superare il proprio stato di comodità e di egoismo – che lo porterà anche alla dannazione.

Il mistero del nostro cammino verso la Quaresima ci rivelerà che il Salvatore si fa povero proprio per arricchire l’uomo, restituendogli nuovamente l’immagine divina perduta. Dio si fa uomo per arricchire l’uomo – “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: colui che era ricco si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8, 9).

Il Signore vuole che tutti noi siamo ricchi, in un modo difficile da capire per noi, e per questo siamo chiamati oggi alla scuola dell’umiltà e della misericordia – perché in queste virtù sta la ricchezza che ci viene dall’alto. D’ora in poi tutti noi intraprenderemo un nuovo cammino che ci preparerà ad accogliere il mistero della Natività del Signore, sensibilizzando i nostri cuori alla misericordia e all’amore cristiano. In questo cammino abbiamo davvero come guida mistica il Risorto dai morti, Cristo, che ci insegna le opere della giustizia e della vera misericordia.

Le tre parabole

Nella sua ascesa a Gerusalemme, per la sua passione e la sua opera mistica di salvezza del mondo, il Signore racconta dieci parabole, narrate nel Vangelo di Luca – tutte costituiscono un vero tesoro spirituale che ci rivela i misteri del Regno dei Cieli. Tre di esse ci parlano della ricchezza di questo mondo, ma anche dell’elemosina, e vogliono essere la nostra guida all’amore per il prossimo: la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, la parabola del samaritano misericordioso e la parabola del ricco (stolto) a cui ha fatto fruttare la terra.

Queste tre parabole sono come una bussola nel viaggio che ci accingiamo a percorrere nella Quaresima. In queste parabole scopriremo qual è la vera ricchezza – l’amore per i poveri – e qual è la vera povertà – la cecità, che ci viene dall’eccessiva ricchezza in cose esteriori, fugaci e deperibili.

Il vero ricco si rivelerà essere l’uomo umile, fedele a Dio e con amore per chi è nel dolore e nell’afflizione, mentre il vero povero è colui che si è privato di Dio in questo mondo, lo ha dimenticato, lo ha messo in una grande parentesi, credendo che la felicità e il paradiso del piacere siano qui sulla terra. Il beato Agostino ha colto così bene questo punto, dicendo: Poveri, cosa vi manca se avete Dio? Ricchi, che cosa avete se vi manca Dio?”.

Le briciole che cadono dalla tavola dei maestri

San Gregorio il Dialogo ci dice che il ricco epulone della parabola di oggi rappresentano il popolo ebraico, che non condivide il suo cibo spirituale (la Parola di Dio rivelata) con i gentili (i pagani), feriti dal peccato e si trovano in una situazione di erranza spirituale.

Un interessante parallelo si trova anche nell’incontro del Signore con la donna cananea, dove si parla di cani che mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni ” (Mt 15, 27) – questi sono i gentili che si nutrono della Parola condivisa da coloro che sono chiamati ad accogliere Cristo.

Lo stesso pensiero è sostenuto da sant’Ambrogio di Milano, il quale ci insegna che il ricco epulone e il cibo con cui banchetta rappresentano il popolo d’Israele e la Parola di Dio, che gli ebrei avevano ricevuto fin dall’inizio – i gentili cercano di nutrirsi delle briciole (come Lazzaro), ma non se ne saziano.

Porpora e visone

Nelle vesti del ricco della parabola di oggi ritroviamo i colori dei sacrifici del Tempio di Gerusalemme. La porpora e il visone sono le vesti tipiche del sommo sacerdote – “Prelevate su quanto possedete un contributo per il Signore. Quanti hanno cuore generoso, portino questo contributo volontario per il Signore: oro, argento e rame, tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso e di pelo di capra,” (Es 35, 5-6).

Il messaggio scritturale è molto chiaro: l’uomo ricco che invece di offrire a Dio la propria porpora e il proprio visone (come richiedeva la legge), finisce per vestirsi con i colori delle offerte sull’altare di Dio, si trasforma in un sedicente dio, cieco e insensibile. L’uomo che perde il vero Dio diventa il proprio dio.

Il visone si ritrova anche nel libro della Genesi in Giuseppe, figlio di Giacobbe, che viene vestito dal Faraone, essendo posto al più alto rango del regno d’Egitto – “e il Faraone si tolse l’anello dal dito e lo mise al dito di Giuseppe, lo rivestì di una veste di visone e gli mise al collo una catena d’oro” (Gen 41,42).

Giuseppe il bello, ingiustamente odiato dai suoi fratelli, si mostra come l’immagine mistica di Cristo, dal libro della Genesi, che risolleverà in Egitto il popolo di Giacobbe – Israele, il popolo amato, il popolo che, per secoli, unirà le lacrime dell’attesa con la speranza della redenzione per grazia.

Comprendiamo, quindi, che il visone e la porpora ci vengono posti davanti per mostrare l’immagine mistica di Cristo – Sommo sacerdote in eterno, mentre il ricco epulone della pericope che oggi leggiamo si mostra come l’immagine del sommo sacerdote Caifa, che non conosce misericordia e la cui cura rimaneva solo per i cinque fratelli che aveva.

Il sangue di Abramo

L’immagine dell’uomo ricco gradito al Signore è Abramo in questa parabola, che è detto  padre di molte nazioniLui che era così ricco, ci ha mostrato che la sua unica vera ricchezza era il suo amore e la sua perfetta obbedienza a Dio – “Egli credette al Signore, che gli contò questo come giustizia” (Gen 15,6). Per questo motivo, anche il giudizio del ricco epulone della parabola odierna è posto nelle mani di colui che ha conosciuto l’amore e l’obbedienza perfetti.

Nella mano di colui il cui cuore è stato trafitto come da una spada dal dolore di dover sacrificare il suo unico figlio – prefigurazione del sacrificio di Cristo Redentore, che toglie il peccato del mondo – è posto oggi il giudizio del ricco epulone, che è anche il nostro giudizio, di tutti noi. A Lui, il Figlio diletto, Colui che è stato generato prima dei secoli, è concesso di morire, affinché noi non gustiamo mai più la morte. Solo una cosa il Signore ci chiede in cambio: il pentimento!

Quanto sono importanti le piccole azioni per conquistare il grembo di Abramo : al ricco bastò ordinare ai suoi servi di curare un po’ le ferite di Lazzaro, di dargli un piatto di cibo e una tazza d’acqua, cose apparentemente piccole agli occhi degli uomini, ma quanto grandi e significative agli occhi di Dio, per acquistare così il Regno dei Cieli.

La voce di Abramo risuona ancora oggi per tutti noi: siamo stati veramente misericordiosi, abbiamo ascoltato il dolore del nostro prossimo, abbiamo sentito il nostro cuore soffrire alla vista di tanta sofferenza?

Il mistero del nome

Lazzaro, derivato da Eleazar, si traduce in ebraico, Dio è aiuto – e il Signore si mostra effettivamente come l’amico dei poveri e dei malati, il padre degli afflitti, il padre dei sofferenti, degli oppressi e di quanti sono gravati dalle difficoltà di questo mondo. Il nome del ricco, che oscura tutta la parabola, non ci viene rivelato. Tutto sembra ruotare intorno a colui che, essendo senza nome, si mostra privo dell’immagine di colui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29).

Dopo aver creato il mondo, Dio ordinò all’uomo di dare un nome a tutte le creature. Il nome, infatti, è una caratteristica dell’immagine di Dio nell’uomo. Il nostro rapporto con Dio è fatto di nomi. Il nome definisce la persona. L’uomo santifica il nome di Dio, come diciamo nel Padre Nostro. Dio chiama l’uomo per nome: “Adamo, dove sei?”. (Gen 3, 9).

Chiunque sia stato segnato con un nome in questo mondo porta in sé il mistero della persona (dell’ipostasi), dell’immagine del Creatore che lo ha plasmato. Il povero Lazzaro è l’immagine di Cristo – in tutta questa parabola non pronuncia una parola, è un umile portatore di dolore e sofferenza, colui che non ha fatto nulla di male. La parola del Signore, che dà gioia agli ingiusti di questo mondo come Lazzaro, è manifesta: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò ” (Mt 11, 28).

In questa parabola sulla misericordia del Signore, il Signore non si fa vedere né sentire; tutto il giudizio si svolge tra il ricco misericordioso e gentile (cioè Abramo) e il ricco epulone, stolto, egoista e non compassionevole, che anche dopo la morte guarda Lazzaro, rivestito della veste della grazia, come un servo. Gli stati dell’anima non scompaiono con la morte del corpo, la passione resta profonda nel volto di chi si giustifica e comanda impudentemente anche dal profondo del tormento.

Il mistero della sofferenza

Il Signore non ci rivela se Lazzaro fosse colpevole di qualcosa, se fosse stato vittima dei suoi peccati o delle sue cadute, ma Cristo insiste comunque sulla sua sofferenza – la sofferenza, anche quando non è dovuta a una nostra colpa, può comunque essere per il nostro bene.

Un uomo che soffre purifica la sua anima: invece di arrabbiarsi, è tranquillo; invece di essere avaro, è generoso; invece di essere arrabbiato, è gentile e cortese; invece di essere orgoglioso, è umile e mite.

La storia ci ha presentato innumerevoli casi di persone per le quali la malattia, il dolore o le gravi sofferenze sono state l’inizio della loro correzione e il mistero del loro cambiamento. Gli esegeti ci dicono che anche le ferite di Lazzaro, che i cani leccavano, non sono altro che i peccati da cui la sofferenza e il profondo pentimento lo hanno salvato: “Lazzaro giaceva davanti alla sua porta pieno di pustole, desideroso di essere saziato con il cibo del ricco, e i cani vennero e leccarono le pustole”(Lc 16, 20-21).

Risvegliato dalla realtà della crudele sofferenza, l’uomo comprende immediatamente il senso della vita. Una nuova nascita, una resurrezione alla realtà, prima della mistica resurrezione attraverso la fede: questo è il senso provvidenziale di tutto ciò che accade, soprattutto nei momenti di malattia, quando l’uomo fa più spesso i conti con l’eternità, chiedendosi cosa accadrà dopo aver chiuso gli occhi, come Lazzaro.

Il mistero della vita

Il Vangelo ci dice che il ricco muore e viene sepolto (e all’inferno i suoi occhi si aprono, così dopo la morte apriremo i nostri occhi ovunque andremo) – ha questo privilegio unico e definitivo. Del povero Lazzaro non si dice che fu sepolto, ma che assapora direttamente la Vita – “... e non venne al giudizio, ma passò dalla morte alla vita ” (Gv 5, 24).

Non dimentichiamo che anche noi abbiamo realmente nel cuore il Risorto dai morti, Cristo, che ci insegna le opere della giustizia e della misericordia, come il ricco chiese che Lazzaro risorgesse e andasse dai suoi fratelli – anche (l’altro) Lazzaro, fratello di Maria e Marta, risorse e non fu ascoltato, ma i Giudei cercarono di ucciderlo, come ci racconta il Vangelo di Giovanni (12, 10).

I cinque fratelli del ricco sono i cinque sensi dell’uomo, attraverso i quali pecchiamo sempre, che possono essere dominati solo dalla parola dei comandamenti, in cui si nasconde il Signore, come ci insegna San Marco l’Asceta.

Dio è il mistico conoscitore dei cuori, nulla gli può essere nascosto. Il Signore conosce il cuore misericordioso, ma anche quello malvagio. Il Signore è il vero tesoro degli umili. Arriviamo così a un elemento essenziale di questa parabola, di grande importanza per ognuno di noi.

Abramo ci presenta l’innegabile conclusione con cui termina la parabola di oggi: “Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi”  (Lc 16, 25-26).

Che cos’è questo abisso? La mancanza di pentimento, che solo spezza le catene del peccato e ci restituisce le chiavi del Regno.

L’inferno di questa vita, vissuto dal ricco epulone, si rivela essere la mancata presa in carico del prossimo che continua nell’inferno dopo la morte con la stessa mancata pesa in carico del prossimo, questa volta assoluta, l’inguaribile egoismo che rende la parola dell’amore di Cristo inefficace. L’unica possibilità per una parola d’amore di diventare operosa dipende dal cambiamento del mondo sempre chiamato al pentimento.

La discussione finale, riguardante la sorte dei fratelli del ricco rimasti tra i vivi, che dovrebbero cambiare alla vista dei morti risorti, ci insegna che gli ordinamenti che ci sono stati rivelati da Cristo hanno lo scopo di cambiare la nostra interiorità, portando sulla terra e vivendo il cielo prima della morte, affinché diventi cielo dopo la morte.

Se disattendiamo nella nostra vita gli ordinamenti rivelati (Mosè e i profeti a cui i fratelli del ricco erano disobbedienti), non potremo vivere il paradiso dentro di noi nemmeno dopo la morte, ma resteremo nello stesso non vedere che è, di fatto, l’inferno prima dell’inferno e la solitudine prima della solitudine assoluta degli inferi.

Rivestici ancora, o Signore, dell’abito del pentimento, affinché possiamo acquisire la vera ricchezza del povero Lazzaro: il tuo Regno!

† Atanasie di Bogdania