24ª domenica dopo Pentecoste | L’umiltà che fa miracoli

Risurrezione della figlia di Giairo (e guarigione della donna emorroissa)

Vangelo secondo Luca 8, 41-56

Oggi scopriamo Cristo come Re della vita e della morte, come colui che restituisce la vita alla figlia di Giairo, capo della sinagoga, e come colui che guarisce, per strada, la donna emorroissa da dodici anni. È la seconda delle tre resurrezioni operate dal Salvatore, mistica vittoria sulla morte e passaggio dalla sinagoga dell’Antica Alleanza alla Chiesa nata dal Sacrificio della Croce.

L’episodio della risurrezione della figlia di Giairo è riportato in tutti e tre i vangeli sinottici – Matteo (9, 18-26), Marco (5, 21-43) e Luca (8, 40-56) – e mostra, secondo l’interpretazione allegorica di San Gregorio di Nissa, la lotta con il peccato consenziente, ma senza fatti, perché la resurrezione della bambina avviene in una stanza chiusa, in maniera discreta, non alla vista di tutti, ma solo in presenza dei tre apostoli e dei genitori addolorati.

La fede di Giairo e quella della donna malata, entrambe scaturite dal dolore e dalla profonda sofferenza, renderanno oggi possibile l’impossibile, la malattia si mostrerà guarita, la grande fede della donna si renderà manifesta, il ritardo sulla strada per la casa di Giairo mostrerà un miracolo ancora più grande, perché la bambina dodicenne sarà sollevata non solo dalla malattia ma anche dalla morte.

Il mistero della sofferenza e del dolore

La sofferenza e il dolore cambiano la natura interiore dell’uomo, rendendolo testimone della Resurrezione. La fede e l’umiltà, insieme alla sofferenza e al dolore, muovono il cuore del Signore, che dona la guarigione e la vita a coloro che gli chiedono queste cose.

San Paisios l’Aghiorita ci dice che “le afflizioni sopportate in umiltà e senza mormorazioni sono superiori alla preghiera”. Il modo più naturale e più facile per avvicinarsi a Dio è la preghiera, ma l’afflizione e il dolore, la sofferenza e soprattutto la malattia, se li sopportiamo con umiltà, ci avvicinano a Dio.

I problemi e il dolore, spesso accompagnati da una profonda ingiustizia, purificano le profondità dell’anima umana, illuminano il cuore con la verità e fanno nascere un uomo nuovo. Il dolore che assumiamo ci rende più sensibili, più comprensivi e più disposti ad accogliere l’aiuto di Dio. Per questo i Padri della Chiesa dicono che l’afflizione può elevarci più in alto della preghiera. Le ali del dolore spesso volano verso le più alte vette della grazia, dove nemmeno un’ascesi perfetta può portarci.

Un dolore inimmaginabile trafigge il cuore di Giairo – il solo pensiero della morte di una figlia di dodici anni fa rabbrividire – ma da questo tumulto interiore Giairo si mostrerà convertito, nato nuovamente alla fede e alla vera vita in Cristo.

Il dolore della donna emorroissa, per dodici anni, sembra impossibile da sopportare, eppure la sua forte fede compie il miracolo e la fonte della malattia viene bloccata.

Il mistero della triplice umiltà

Fin dall’inizio della pericope di oggi incontriamo il mistero del dolore e della sofferenza, da cui vedremo nascere l’umiltà che compie miracoli. La prima cosa con cui ci confrontiamo è l’umiltà di Giairo, ma anche la sua fede ferma, che aprirà gli occhi della sua anima, vedendo il miracolo della resurrezione. Giairo è il primo a inginocchiarsi con umiltà e dolore davanti a Cristo, chiedendogli una guarigione che diventi una vera e propria resurrezione.

Coloro che accompagnano il Salvatore si mettono quindi in cammino verso la casa della famiglia presa nel dolore e nella tristezza, e questa volta ci viene presentata l’umiltà, ma anche la fede provata, della donna emorroissa, che cade davanti a Cristo con la forte fiducia che egli la libererà dalla sua malattia.

Il tutto è coronato dalla sconfinata umiltà di Cristoche ordina di non proclamare il miracolo della resurrezione che stava per avvenireQuest’ultimo è una prefigurazione della resurrezione dei morti. Affinché la figlia di Giairo possa riavere la vita, affinché l’uomo possa assaporare la resurrezione, Dio assaporerà la morte di croce.

La vista della fede salvifica

La misericordia di Dio oggi si riversa come soccorso agli afflitti e agli sventurati. Cristo, che si dimostra non il Dio dei morti ma dei vivi ” (Mt 22, 32), oggi fa scaturire la vita, perché tutti ne possano gustare.

Sulla strada verso la casa di Giairo, il Salvatore, aiuto amorevole e veloce, compie un miracolo che rivela la sua divinità. Una donna emorroissa tocca furtivamente l’orlo della sua veste e viene guarita. È Cristo stesso che porta in primo piano la donna guarita per mostrarle che è la sua fede che opera il miracolo: “Figlia, fatti coraggio, la tua fede ti ha salvato. Va’ in pace” (Lc 8, 48).

San Giovanni Damasceno vede nella fede salvifica della donna il perdono dei suoi peccati. Per questo il santo ci esorta a seguire nella preghiera la parabola delle due donne che toccarono Cristo. Attraverso la preghiera di preparazione mistica alla Santa Comunione umiliamo il nostro cuore dicendo: “questa (la donna emorroissa), toccando l’orlo della Tua veste, ha facilmente ricevuto la guarigione, e quella (la prostituta), abbracciando i Tuoi santissimi piedi, ottenne la remissione dei peccati” (Preghiera XI).

Il miracolo in questione è sconvolgente, Cristo si rivela ai presenti attraverso le sue energie increate, che gli sono connaturali, e queste portano la guarigione e il risanamento – attraverso di esse scaturisce quella grande potenza di cui parlò agli apostoli (Lc 8, 46).

L’intero episodio parla anche di un ritardo che, per quanto possa sembrare tragico all’inizio, si rivelerà provvidenziale alla fine. Mentre il Signore parla alla donna e alle folle stupite, la figlia di Giairo muore. Diversi padri affermano che il ritardo è stato calcolato da Colui che si rivelerà come fonte della Vita, così come ha ritardato di proposito alla tomba di Lazzaro – dove compirà l’ultimo e più grande miracolo.

Tre parole di ferma speranza

Fin dall’inizio, il dolente Giairo compie tre gesticerca Cristo (sperando nella guarigione della figlia malata), si inginocchia (mostrando profonda umiltà) e infine prega con speranza. Anche Cristo risponderà al padre sofferente con tre esortazioni: Non temerecredi e sarà guarita (Lc 8, 50).

Queste tre parole, pronunciate dal Salvatore stesso, rappresentano i punti cardinali della nostra incrollabile speranza sull’orlo del sepolcro, fondati sulla persona di Cristo, Dio e Uomo – il Guaritore, ma anche Colui che assumerà su di sé la sofferenza più pesante.

Tre esortazioni che Cristo rivolge anche alla donna appena guarita dalla sua terribile malattia: “Figlia, fatti coraggio, la tua fede ti ha salvato. Va’ in pace” (Lc 8,4 8).

Tre saranno anche le parole pronunciate dal Signore nella stanza in cui giaceva la bambina che si era separata dalla vita: “Non piangete; non è morta, ma dorme” (Lc 8, 52). Parole che si intrecciano con la speranza cristiana, sempre viva, una speranza che non viene mai meno ma fa crescere la fede.

Tutto ciò che il Signore dice si manifesta nei fatti e, alla fine, mostra la misericordia, l’amore e la potenza operante di Cristo attraverso lo Spirito Santo. L’opera di guarigione di Cristo prosegue, continua e viene condivisa oggi e domani e fino alla fine dei secoli – Egli è con noi nella sofferenza, è con noi nella morte, è con noi oltre la morte, è con noi fino alla fine.

I due volti

Due volti, che ricevono la vita e la resurrezione, ci vengono presentati oggi nel Vangelo di Luca – una donna anziana con una grande infermità, cioè le perdite di sangue (che rappresentano la vita che perdiamo) – un’infermità che porta con sé da 12 anni; ma anche una bambina di 12 anni, che si sta separando dalla vita di questo mondo, portando un dolore indicibile ai suoi genitori.

L’anziana donna, immagine di Eva, chiamata ad essere (e a dare) la vita, rappresenta l’umanità appesantita e gravata dal peccato, l’umanità che perde vigore e vita, mostrandosi impotente di fronte all’inarrestabile caduta. Un mistero profondo ci viene rivelato: affinché il sangue dell’uomo sulla terra non (smetta di) scorrere, il sangue del Signore deve scorrere sulla Croce.

La bambina di 12 anni (la giovane Eva ), figlia di Giairo – il capo della sinagoga – ci mostra un’umanità che non può crescere, un’umanità che non conosce Dio, che non raggiunge la perfezione, che va sempre verso la morte, senza mai assaporare veramente la vita. La malattia e la morte si mostrano oggi come le due conseguenze ultime del peccato.

Dal dodici alla pienezza

Gli esegeti che hanno letto questo Vangelo hanno notato la presenza del numero 12, che lega i due miracoli che ci sono presentati – è il numero della pienezza per gli ebrei – è indicato come il numero delle ore che riempiono il giorno e dei mesi che riempiono l’anno; vediamo che il Signore aveva 12 apostoli e 12 sono le tribù del popolo d’Israele; all’età di 12 anni il Salvatore si rivela ai saggi nel Tempio di Gerusalemme (Lc 2, 42) e 12 sono i cesti di briciole raccolti dagli apostoli dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani (Mt 14, 20).

Con questo intendiamo che l’umanità è chiamata a raggiungere la perfezione, a crescere, a raggiungere la pienezza, a raggiungere la vita – non è chiamata a rimanere nel peccato e a gustare la morte.

Sant’Ambrogio di Milano ci rivela che, alla fine, la morte del bambino significa anche la morte del vecchio Tempio – che non ha saputo accogliere Cristo. La resurrezione e la guarigione avvenuta durante il cammino (l’uomo è sempre in cammino), non sono altro che la nascita della Chiesa attraverso il sacrificio del Salvatore.

Dalla morte alla risurrezione

La fine del Vangelo è di incommensurabile consolazione: “… e il suo spirito tornò, e subito si rianimò; ed egli comandò che le fosse dato da mangiare” (Lc. 8, 55) – il Signore dà vita alla bambina (e, attraverso di lei, a tutti noi), che è chiamata a vivere e a mangiare (simbolo della cena eucaristica), questa volta un cibo diverso, quel cibo che ci sarà rivelato come “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6). La bambina, appena risvegliata dalla morte, vede per la prima volta l’immagine di Colui che risorgerà dai morti, vincendo il mondo.

L’evangelista Marco ci rivela anche le parole pronunciate dal Signore – “ed egli prese la bambina per mano e le disse: ‘Talita kumi’, che si traduce con ”Figlia, dico a te, alzati!” (Mc 5, 41) – parole che anche noi saremo chiamati a sentire per entrare nel Regno dei Cieli. La giovane Eva viene trascinata via dalla schiavitù del sepolcro dalla mano di Dio onnipotente – vediamo davanti a noi l’icona della discesa agli inferi – il peccato è riscattato, d’ora in poi assaporeremo solo la Vita.

L’incontro di Cristo con le due donne si mostra oggi come l’incontro del volto luminoso di Dio con il volto dell’uomo ferito dalla malattia, dal dolore e dalla morte. L’incontro con Cristo fa uscire ogni essere umano dallo sfregio portato dalla caduta, dalla sofferenza e dalla morte e lo fa entrare nello stato di luce intramontabile della Resurrezione.

Per far sì che gli uomini capiscano che Gesù è veramente il Cristo che aspettano da sempre, è stato necessario far uscire i loro cuori dalla rigidità e dalla durezza. Oggi davvero molti cuori saranno cambiati passando attraverso il mistero del dolore che dona la grazia.

In questi cuori schiacciati dal dolore e dalla sofferenza, come quello di Giairo, come quello della donna emorroissa, come quello della madre che stava al capezzale del bambino appena morto, se il Signore entra, nessuno può scacciarlo.

Oggi ho visto e sperimentato il mistero dell’umiltà, pieno di speranza; il mistero del dolore e della tristezza, della sofferenza e dell’afflizione, ma da tutto questo è scaturita la grazia piena di gioia della guarigione; il mistero della speranza che porta frutto; e soprattutto il mistero della Resurrezione, che dà senso alla vita.

Schiacciamo anche noi oggi la noncuranza, l’odio e l’incredulità che sono in noi, e attingiamo più profondamente al mistero del dolore che dona grazia, per essere degni di stare sempre al fianco di Colui che si è rivelato a noi come immagine di mitezza e di perfetta umiltà.

† Atanasie di Bogdania

Monreale, Duomo: “Gesù risuscita la figlia di Giairo”, mosaico bizantino, Episodi della vita di Cristo, XII – XIII sec.
Iscrizione latina: “IESUS FILIAM JAYRI PRINCIPIS SYNAGOGÆ IN DOMO RESUSCITAT” .
[ENG]
Monreale, Duomo: “Jesus brings back to life Jair’s daughter”, Byzantine mosaic, Episodes from the life of Christ, XII – XIII centuries.
Latin inscription:”IESUS FILIAM JAYRI PRINCIPIS SYNAGOGÆ IN DOMO RESUSCITAT” .