23ª domenica dopo Pentecoste | Cristo, che ci riveste nuovamente della grazia
23ª domenica dopo Pentecoste | Cristo, che ci riveste nuovamente della grazia
La guarigione degli indemoniati nella regione dei Ghergheseni
Vangelo secondo Luca 8, 26-39
Oggi continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei misteri di Dio, avendo davanti a noi l’icona della guarigione dell’uomo privato della grazia. Siamo nel cuore del Vangelo di Luca, cercando di capire il significato della meravigliosa guarigione di Cristo nella regione dei Ghergheseni. Lo stesso racconto ci viene riproposto nella quinta domenica dopo Pentecoste, dalla prospettiva dell’evangelista Matteo, che ci presenta la guarigione di due indemoniati. I Padri della Chiesa hanno interpretato la differenza con il fatto che solo un indemoniato parlò al Salvatore, si manifestò in modo particolare, essendo più determinato, mentre l’altro era più tranquillo, da cui il racconto in Marco e Luca, il quale parla solo dell’indemoniato che si è messo in evidenza.
Prima di arrivare nella terra dei Ghergheseni (o dei Gadareni, secondo Matteo), il Salvatore seda una tempesta in mare, stupendo i discepoli che erano ancora sopraffatti dalla grazia del Discorso della montagna e dalle prime guarigioni operate da Cristo.
Siamo all’inizio della predicazione del Salvatore, nel primo anno dei tre che trascorrerà seminando la parola di verità tra gli uomini – “Gesù andava per le città e i villaggi predicando e annunciando il regno di Dio, e i dodici erano con lui ” (Lc 8,1). Il Salvatore rivela lo scopo della sua venuta nel mondo, cioè mostrarci il Regno di Dio, che è molto vicino, ma ci pone anche una condizione essenziale per accedervi: il pentimento. Questo è sì l’inizio dell’annuncio evangelico, ma anche l’essenza della Nuova Alleanza che sta prendendo forma: il pentimento, che ci riveste dell’abito della grazia perduta.
Prima dell’episodio nella regione dei Ghergheseni, l’ottavo capitolo di Luca ci presenta anche la parabola del seminatore, che è la parabola di Cristo e della sua opera di evangelizzazione nel mondo, ma solo oggi comprendiamo veramente che non è solo il Signore a seminare, nello specifico il buon seme della Parola, ma anche il nemico del genere umano, l’avversario, il quale semina zizzania tra gli uomini – da qui l’incontro con l’indemoniato che oggi sarà guarito.
I quattro segni
La guarigione che il Salvatore compie questa domenica è il secondo di una serie di quattro episodi, quattro grandi segni, quattro miracoli sconvolgenti, quattro lezioni per tutti noi che abbiamo sete dei misteri del Vangelo.
Prima di giungere nella terra dei Ghergheseni, c’è la domazione della tempesta sul mare, con cui Cristo si mostra re dell’essere creato, di tutta la natura, poi c’è il secondo grande miracolo, la guarigione dell’indemoniato di Gadara – Cristo si mostra re e sovrano sui demoni, che lo ascoltano e lo temono, riconoscono la sua divinità. Gli altri due grandi miracoli, raccontati nello stesso capitolo ottavo di Luca, sono la guarigione della donna emorroissa da dodici anni e la risurrezione della figlia di Giairo, anch’essa una bambina di soli dodici anni – il Signore si mostra signore della vita e della morte, essendo la fonte della vera Vita.
Il fatto che il Salvatore attraversi il mare di Galilea, dalla parte abitata dai Giudei, verso la Decapoli (quella confederazione di dieci città dalla spiccata cultura greco-romana, tra cui la terra dei Ghergheseni con la città di Gherghesa, ma anche sede del quartier generale di una delle legioni romane della regione), regione abitata dai pagani, dai gentili, mostra che gli israeliti sono riluttanti ad ascoltare l’appello al pentimento, a cambiare il loro io, e non sono in grado di aprire il loro cuore per ricevere la parola del Vangelo.
La terra dei Ghergheseni era sostenuta dalla legione romana (tra i 4.200 e i 6.000 uomini, divisi in coorti, manipoli e centurie), che era anche una presenza pesante, opprimente, non particolarmente piacevole – una presenza che richiedeva molti compromessi e, naturalmente, spesso il disprezzo della legge ebraica. Infine, il gesto del Salvatore mostra anche la predicazione del Vangelo ai gentili, alle terre pagane – una preparazione mistica per gli stessi apostoli che cristianizzeranno il mondo, rivelando la salvezza di tutte le tribù della terra.
O Signore, abbi pietà di me, guarisci la mia anima, perché ho peccato contro di te
L’indemoniato di oggi, che il Signore incontra nella terra dei Ghergheseni, rappresenta tutta l’umanità caduta sotto il peso del peccato. L’indemoniato non portava la veste, perché il mondo, con la caduta di Adamo, ha perso la veste della grazia e della benedizione divina. La possessione significa la perdita della coscienza e della libertà (il dono più grande). Cristo viene a rivestire colui che è caduto, e anche l’umanità intera, con la veste luminosa della benedizione celeste.
Il Vangelo parla (anche) dell’amore di Dio per l’uomo. Dio si abbassa fino al livello più infimo per innalzare l’uomo al livello più alto. Questo racconto è inoltre una prefigurazione del fatto che Dio scenderà agli inferi per riportare l’uomo in cielo. L’uomo si allontana dall’uomo quando si trova nel fallimento (tragedia!), il Salvatore è invece Colui che cerca anche l’immagine dello splendore celeste anche nel posseduto.
L’uomo, posseduto dalle sue passioni (soprattutto quelle che toccano l’anima), si tormenta e, non trovando scampo, tormenta chi gli sta intorno, i suoi simili, senza alcuna possibilità di uscita – da qui la divisione tra gli esseri umani (fra amici, nella famiglia e nella società). Il tormentare il prossimo è ancora oggi dilagante e tutto sembra insormontabile. Solo Cristo, che in questo ottavo capitolo di Luca si mostra anche come il Signore dei demoni (perché si è mostrato come il Signore della creazione e il Signore della vita), porta la guarigione.
Dal peccato al pentimento
Il pentimento è, innanzitutto, il passaggio dal peccato alla virtù e alle buone azioni, dall’ingiustizia all’osservanza dei comandamenti di Dio e al compimento del bene, che porta alla realizzazione. Il pentimento richiede sempre molta preghiera. Preghiera e pentimento vanno sempre insieme e sono inseparabili. Il pentimento implica il più importante sforzo interiore verso Dio, innanzitutto rendendogli giustizia in ogni cosa, e solo così possiamo (ri)trovare la Via (giusta) e la Verità.
È quindi attraverso il pentimento che si acquisisce la vera guarigione, che ci cambia dall’interno e ci rende profondamente umili. Il pentimento rivela la vera umiltà e ci libera dall’inferno della disperazione che il più delle volte deriva dall’orgoglio.
L’importanza di essere consapevoli del problema (o dei problemi) presenti nel nostro popolo, nella nostra famiglia, perché da questi problemi spesso derivano prove, dolori e angosce, si rivela oggi essenziale. Ogni peccato non pentito diventa un fardello per le generazioni successive – da qui la mancanza di grazia, dell’immagine divina negli indemoniati che oggi acquisiscono la guarigione. Tutto ciò di cui ci pentiamo, lo superiamo non solo per il futuro, ma anche per il passato, portando la liberazione (espiazione) e la resurrezione del Signore a coloro che sono stati vinti dalla caduta.
Il brano evangelico con cui oggi proseguiamo il cammino ci insegna anche la differenza tra la ricompensa di Dio per chi rinuncia a tutto per la salvezza – cioè la grazia – e la ricompensa del mondo per chi cerca le sue ricchezze e la sua effimera realizzazione – cioè la disperazione che abbatte.
Coloro che cercano le cose del mondo, quanto più guadagnano, tanto più sono infelici, tanto più si scoraggiano, si disperano. La mancanza di grazia svuota l’uomo dell’abito della gioia. Chi si spoglia delle cose buone di questo mondo e cerca le cose buone di Dio, si riveste della grazia, che lo rende felice in questo mondo e immensamente di più nel regno dei cieli.
“Gli chiesero di allontanarsi da loro” (Lc 8,37)
Il Signore appare, camminando tra i pagani, nella Decapoli, e ne salva uno solo di loro – lo risuscita, perché era morto (nell’anima) ed è stato risuscitato, era perduto (nel corpo) ed è stato ritrovato. Tutti gli altri nella regione rifiutano Cristo, la presenza di Dio disturba – e non è forse così anche oggi? I Ghergheseni chiedono con timore a Cristo di allontanarsi da loro: non è un gesto di umiltà (come quello di Pietro), è solo una dolorosa separazione da Dio. Le cose di Dio non sono compatibili con quelle degli uomini, che non cercano le cose dell’anima, ma quelle della carne.
Coloro che cercano le cose del mondo, più le acquisiscono, più sono infelici, scoraggiati e disperati – l’eccesso di ricchezza prosciuga il vigore dalle anime appesantite dall’esteriorità. La mancanza di grazia svuota l’uomo dell’abito della gioia, della felicità e della realizzazione. Solo chi si libera delle cose buone di questo mondo e cerca le cose buone di Dio, indossa l’abito di Dio, che gli procura abbondanti benedizioni in questo mondo e incommensurabilmente di più nel regno dei cieli.
I tre insegnamenti
Tre insegnamenti si delineano nell’episodio avvenuto nel paese dei Ghergheseni:
– il comportamento dell’indemoniato: “che da molto tempo non indossava più la veste e non abitava più nella sua casa, ma nei sepolcri” (Lc 8,27). L’uomo senza grazia perde l’immagine di Dio, è spersonalizzato, privato del riflesso della bellezza divina. Il posseduto odia la divinità, e così priva l’uomo di ciò che è più prezioso, il vincolo di grazia che lo lega a Cristo – perché senza Cristo, il posseduto non porta più il sigillo dell’uomo costruito da Dio;
– il comportamento dei demoni: “ Cosa hai a che fare con me, Gesù, Figlio di Dio Altissimo? Non mi tormentare” (Lc 8,28). I demoni riconoscono la divinità di Cristo, riconoscono Colui che è il Signore della Vita, Colui che giudicherà il mondo, avendo paura del Giudizio Universale, che già bussa alla porta;
– il mistero della persona: “ Gesù lo interrogò dicendo: Qual è il tuo nome? Ed egli rispose: Legione. Perché molti demoni erano entrati in lui” (Lc 8,30). Il demone non dice mai il nome, perché esso rivela il mistero della persona che è l’immagine della divinità. L’uomo è immagine e somiglianza di Cristo, mistero dell’ipostasi.
I demoni entrano nei porci (punizione per il popolo che non ha osservato i precetti della Legge) e si getteranno in mare, annegando (il peccato porta inevitabilmente alla morte). Cristo è l’unico che scioglie i sigilli del peccato e ridà la vita.
L’uomo della grazia e l’uomo del mondo
Nel Vangelo di oggi vediamo il contrasto di questo mondo: la grande differenza tra l’uomo legato da passione alle cose del mondo e l’uomo che è costruito a immagine di Dio, l’uomo della grazia, dell’amore e dello spirito. L’indemoniato, nudo e legato in catene, mostra l’umanità che ha perso la grazia e si è allontanata da Dio, in sostanza, i popoli pagani. È schiavo della catena del peccato e vive nella solitudine, nel deserto di questo mondo, schiacciato dalle difficoltà.
Tutte le cose del mondo non hanno valore rispetto alle cose di Dio. Prima o poi le cose del mondo si dissolvono. Il salto dei maiali posseduti dal demonio dalla riva all’acqua e il loro annegamento significa che l’attaccamento alle cose del mondo deve essere insignificante. La scomparsa delle cose materiali a cui l’uomo si è attaccato dà origine all’inferno mondano, che oscura la mente dell’uomo e lo allontana da Dio.
L’amore per Dio diventa salvatore, in contrasto con l’amore dell’uomo per il mondo, che porta alla perdizione. La ricompensa per l’esagerazione nelle cure mondane è lo scoraggiamento, la disperazione e l’amaro sconforto. La ricompensa per le cose divine è la grazia di Dio, che restituisce il caduto alla beatitudine e all’immagine della grazia.
Il Vangelo di oggi ci pone anche di fronte al mistero della libertà: l’uomo è dotato di libertà da Dio (l’unica libertà che non può trascendere). Anche il diavolo è libero (soprattutto nelle sue scelte), ma nel Vangelo di oggi è il diavolo che si impossessa della libertà dell’uomo, il quale diventa schiavo, mutilato e privato dell’immagine divina che reca. Oggi, quindi, scopriamo come l’immagine angelica di Dio incarnata nell’uomo si incontra con l’immagine degli angeli delle tenebre, i quali assumono l’immagine (icona) dell’uomo decaduto.
La sofferenza che porta la grazia
Nel miracolo nella regione dei Ghergheseni, ci viene rivelata una lezione di sofferenza che porta grazia, di cui il Signore rende testimoni i suoi discepoli. Vedendo il dolore e la sofferenza, gli apostoli capiranno il senso della loro missione, capiranno anche il senso dei miracoli compiuti dal Salvatore – miracoli che scaturiscono dal suo amore (e dal suo dolore) per il mondo – “avendo amato i suoi che sono nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv. 13:1).
Lo stato di sofferenza dell’indemoniato rispecchia il nostro stato di prigionieri nei nostri peccati, debolezze e pensieri, trattenuti nel cuore e dai quali non riusciamo a liberarci senza l’aiuto divino. L’uomo cade sempre da solo nel peccato, ma ha bisogno di una presenza risanatrice per rialzarsi e ognuno di noi è chiamato a diventare questa presenza risanatrice per il prossimo.
Non riuscendo a superare la propria debolezza e il proprio dolore, l’uomo cerca sollievo e li riversa sul prossimo – se la colpa è del prossimo, il dolore è minore, ma quanto è ingannevole e fuorviante. Da questo stato nasce il grido di aiuto a Dio di colui che è oppresso dai peccati e dalle cadute, che impara che la pazienza è la virtù con cui riceverà risposta al suo grido. Chi sopporta impara ad amare e chi ama indossa la veste della pazienza.
Il Vangelo di oggi ci insegna a coltivare questo mistero della pazienza, perché è dalla pazienza che scaturisce la salvezza – “con la vostra pazienza guadagnerete le vostre anime ” ( Lc 21,19). Grazie alla pazienza, facciamo in modo che Dio si meravigli di noi. Insieme alla pazienza c’è sempre il mistero del perdono, del pentimento e della preghiera, che spezza la catena della sofferenza e porta la benedizione.
Sono l’immagine della tua gloria, anche se porto le ferite dei peccati
Il vero mistero, rivelato nel Vangelo di oggi, è proprio quello di nutrirci del nostro prossimo, non di tormentarlo con i nostri problemi, le nostre ossessioni, le nostre insoddisfazioni e i nostri dolori, diventando possessivi e ossessivi. Sta a noi renderci conto dell’importanza di essere veramente consapevoli delle cadute e dei problemi che persistono nel nostro popolo, nella nostra famiglia, perché da questi problemi derivano spesso prove e dolori.
Tutti i peccati impuniti del passato diventano un peso per le generazioni successive e a un certo punto affiorano in anime innocenti che cercano di alleggerire il peso. Tutto ciò di cui ci pentiamo, lo superiamo per sempre. L’unico che ci libera dal maligno è sempre il buon Dio – il diavolo si mostra come colui che tormenta l’uomo, l ‘uomo è l’unico che tormenta se stesso e gli altri uomini.
Oggi Cristo restaura l’immagine divina tra i caduti, un’immagine che era stata a lungo sfigurata, e che oggi è nuovamente adornata dalla luce della grazia. Così comprendiamo come sia la vita con il tormentatore di anime innocenti, ma anche come sia la vita con Dio – da qui il mistico invito a nutrirsi sempre del divino per non cadere preda della mondanità.
“Racconta quanto di buono Dio ti ha fatto” (Lc 8,39)
Il Vangelo di oggi è anche un Vangelo di confessione, perché la persona guarita (e, attraverso di lei, tutti noi) è chiamata a testimoniare al mondo intero quanto bene Dio le ha fatto.
Sant’Ambrogio di Milano ci dice che “chi ha portato dentro di sé una tomba della mente diventa (oggi) un tempio di Dio ” – diventa davvero una chiesa, una dimora dello Spirito Santo. Qui sta il grande mistero: siamo tutti chiamati a diventare templi in cui Dio riposa e abita.
Come possiamo farlo oggi? Rendendoci consapevoli delle cadute e del male non preso in carico che perdurano nel nostro popolo, nella nostra famiglia, nel profondo del nostro cuore, perché queste cadute spesso si traducono in prove e dolore. Impariamo, quindi, che solo ciò che amiamo – possiamo curare ciò che perdoniamo – possiamo guarire, ciò di cui ci pentiamo – possiamo salvare ciò che indossiamo nella veste di lacrime – diventa la prima pietra del Paradiso.
Ogni dolore umano è un’anticipazione della morte – e a quanti dolori non ci prepara il cammino spinoso della vita, come l’indemoniato del Vangelo di oggi? Ma non dimentichiamo che prima della nostra morte, il Signore stesso è morto sulla croce. Lui, l’Unico veramente giusto e innocente, l’Unico senza peccato, ha ricevuto la crocifissione e la morte perché noi potessimo veramente gustare il frutto della vita ed essere guariti dal veleno del peccato.
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Oggi ci viene rivelato che il vero mistero è diventare una presenza guaritrice per il prossimo!
Diventiamo anche noi testimoni del Signore!
† Atanasie di Bogdania


