7a domenica dopo Pentecoste | La guarigione di due ciechi e di un muto a Cafarnao | Dalla cecità del corpo alla cecità dell’anima

Vangelo secondo Matteo 9, 27-35

Un Vangelo intriso di grazia, un episodio raccontato solo dall’apostolo Matteo, ci accompagna oggi nel nostro viaggio non solo attraverso i misteri della Scrittura, ma anche attraverso i misteri della vita, dove il Salvatore è la nostra guida e ci invita in modo mistico a seguirlo.

La domenica di oggi ci mette di fronte alla misura dell’amore di Cristo, l’amore con cui guarisce il mondo, che oggi guarisce due ciechi e un muto, non sulla via del vagabondaggio (questa vita), ma nella sua casa di Cafarnao, che (pre)figura la Chiesa. I ciechi recuperano la vista nella Chiesa di Cristo, dove tutti siamo chiamati a venire per essere guariti dalla cecità dell’anima e dal mutismo del cuore.

Mentre Gesù se ne andava, due ciechi lo seguirono, gridando e dicendo: “Abbi pietà di noi, Figlio di Dio”: Abbi pietà di noi, Figlio di Davide” (Mt 9,27).

Cromazio di Aquileia ci dà una bellissima interpretazione del miracolo che Cristo compie oggi: “Secondo un’interpretazione allegorica, questi due ciechi simboleggiano i due regni in cui erano divisi i Giudei (dopo la morte di Salomone, tra Roboamo e Geroboamo). Secondo un’altra interpretazione, i due ciechi prefigurano i Giudei e i Gentili […].

Entrambi erano ciechi per la loro incredulità, perché non vedevano la vera Luce, l’unigenito Figlio di Dio, profetizzato dalla legge e dai profeti. […] Perciò i ciechi ricevettero la vista non appena ebbero espresso la loro fede nel Figlio di Dio. Questo ci mostra che chi crede che il Figlio di Dio è venuto a salvare l’uomo, riceverà la conoscenza della vera Luce non appena la cecità dei peccati sarà guarita”.

Oggi, molti di noi soffrono di una cecità spirituale che ci impedisce di vedere il Cristo che si rivela a noi. Pensiamo più alle cose mondane che a quelle divine. Oltre a questa cecità dell’anima, soffriamo anche per l’ottusità del cuore. Dal nostro cuore non esce più l’amore salvifico, ma quello che porta vanità, sprecando la grazia ricevuta attraverso la benedizione.

Ci lamentiamo delle nostre difficoltà, della situazione in cui ci troviamo, ma non vogliamo aprire il nostro cuore a Dio. Così ci troviamo nella situazione dei due ciechi che gridano a Cristo per avere pietà. Colpiti dalla disperazione, dal dolore e dall’angoscia, la nostra unica via di fuga è quella di rivolgerci al Salvatore.

“Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi udranno” (Is 35,5).

La fede non deve essere vista come risultato della guarigione, ma quest’ultima deve essere vista come risultato della fede, ci dice Sant’Ilario di Poitiers. È su questo principio che dobbiamo basare anche le nostre suppliche al Signore; ciò che desideriamo ricevere deve essere il risultato della nostra fede.

La vera guarigione si acquisisce nella casa del Signore, che è la Chiesa: lì si cresce nella fede, lì ci si nutre delle cose sante, lì si ricevono i misteri che portano la vita. Nella Chiesa troviamo la fonte della vita eterna e della salvezza, il Corpo e il Sangue del Signore, che rafforzano la nostra fede.

La guarigione è quindi in verità una conseguenza della fede. I ciechi chiedono la guarigione a Cristo e sono convinti di ottenerla. È grazie alla loro fede che vengono guariti, grazie all’amore incommensurabile mostrato da Dio per l’uomo che si trova nelle infermità.

Cristo tocca i ciechi e li guarisce – il tocco di Colui che è Vita ci porta la guarigione e la vita – da qui il mistero della celebrazione eucaristica, dove attraverso l’Eucaristia, Cristo è Colui che tocca sempre non solo le membra del nostro corpo, ma anche le profondità della nostra anima in vista della guarigione.

“I cieli dichiarano la gloria di Dio e le opere delle sue mani la sua potenza” (Sal 18,1).

Quanta fede dimostriamo oggi nel Signore? Crediamo che il Signore possa guarire le ferite della nostra anima? Crediamo che possa eliminare la cecità e il mutismo dei nostri cuori? Solo comprendendo che dall’Amore crocifisso scaturisce la vera vita e che chi si nutre di questa Vita acquista la guarigione, comprenderemo il mistero del Vangelo di oggi.

“Gustate e vedete che il Signore è buono” (Sal 33,8) – siamo chiamati in ogni momento a ringraziare il Signore per ogni cosa. La gratitudine costante ci porta alla vera conoscenza e ci aiuta a vedere più profondamente e autenticamente le cose che ci circondano (accecati come siamo nell’anima).

L’uomo riconoscente, che ringrazia sempre il Signore (anche per le prove e, soprattutto, per la malattia) apre il mistero del Regno. La gratitudine e la fede ferma guariscono il passato e danno senso al futuro, trasformando la povertà in benessere, la tristezza in gioia, i problemi in pace, la malattia in salute, le tenebre in luce – e la luce ci fa conoscere il Signore e assaporare la Vita!

“Secondo la vostra fede sia per voi!” (Mt 9, 29)

Una cosa che vale la pena notare è che Cristo non guarisce i ciechi solo per la loro fede, ma soprattutto per il loro atteggiamento, per il loro zelo, per la confessione mostrata come frutto di una fede salda. Il fatto che i ciechi siano coloro che hanno seguito il Salvatore e lo hanno confessato (come tutti noi siamo chiamati a fare) ci mostra una fede illuminata dalle opere, una fede viva e attiva.

Questi uomini privi della vista corporea hanno saputo varcare con Cristo la soglia della propria impotenza, hanno avuto fiducia salda oltre le porte chiuse (della casa di Cafarnao – la Chiesa dello Spirito che ci chiama), hanno avuto fede oltre le soglie innalzate (del dolore), hanno avuto speranza oltre la diffidenza di tutti gli altri (che ancora oggi giudicano e mormorano).

“Sia fatto a voi secondo la vostra fede” (Mt 9,29), dice il Signore, e i loro occhi si aprirono. Eppure, in tutta la nostra incredulità di oggi, Cristo sa amarci con amore instancabile, perché noi che leggiamo i versetti del Vangelo non siamo (ancora) arrivati a perdere la vista, non siamo (ancora) arrivati a perdere la parola, anche se zoppichiamo tra le difficoltà di questo mondo, pieno di tante debolezze.

La luce del primo volto visto

Il primo volto che i ciechi videro fu quello divino di Cristo. Il Signore chiede loro l’impossibile: “Guardate, che nessuno lo sappia” (Mt 9,30). Il Salvatore, che li aveva fatti uscire dalla cecità e aveva restituito loro la luce, i due non poterono fare a meno di annunciarlo – “e uscirono e lo annunciarono per tutto il paese” (Mt 9,31). Ci viene da pensare: quanti di noi – ciechi come siamo (anche se vediamo) – avendo visto Cristo, sono tornati nella città di questo mondo perduto per annunciare Dio?

Oggi, pur attraversando tempi di prova, non abbiamo più il coraggio di predicare Cristo e il suo Vangelo. Non abbiamo più il coraggio di rendere le guarigioni che viviamo ogni giorno momenti di annuncio di Colui che ci dà la Vita.

Se avessimo il coraggio di amare fino in fondo, la guarigione continuerebbe, non si fermerebbe mai, e anche noi diventeremmo una vera presenza guaritrice per chi ci circonda. Oggi c’è sempre più bisogno di riconoscere che “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto, dal Padre della luce” (Giacomo 1, 17).

“Il Verbo di Dio è venuto a restituire agli uomini la Parola di sempre” (San Giovanni Crisostomo).

Cristo restituisce la parola al muto, il quale sarà glorificato da Dio con la lingua del cuore, e anche con quella del corpo, che sarà sciolta per sempre. Per questo le folle si meravigliarono, dicendo: “Mai una cosa simile fu rivelata in Israele” (Mt 9,33).

San Girolamo dice che in greco “cofos” significa non solo muto, ma anche sordo – per questo il Salvatore non chiede nulla all’infermo, né dice nulla al muto, ed è per questo che anche quest’ultimo fu portato da altri per essere guarito. Ci viene svelato ancora una volta il mistero del prossimo che diventa mezzo di guarigione.

“Gesù andava per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità del popolo” (Mt 9, 35).

Anche oggi Cristo insegna nelle case del nostro cuore, nelle nostre Chiese. Egli è Colui che guarisce ogni malattia e ogni infermità nel popolo della rette fede – il popolo che incontra il Signore con lo stesso amore del muto che, dopo essere stato soggiogato dal diavolo, è stato guarito.

Tutto ciò che noi siamo davanti al Signore non è frutto del caso, né la malattia, né la cecità, né il mutismo, ma sono tutte circostanze felici che mostrano l’opera della grazia di Dio, che vuole che tutti noi vediamo nello spirito e parliamo in verità.

Il mistero del Vangelo di oggi è (anche) l’incontro autentico con Cristo, perché se non lo abbiamo negli occhi dell’anima, siamo più che ciechi; se non lo abbiamo nella parola del cuore, siamo più che muti; se non lo abbiamo in tutti i sensi che sono stati sigillati con il profumo della grazia nel battesimo, siamo più che infermi.

Cristo è sempre sul cammino della nostra vita, non dimentichiamo di gridare con tutti i nostri sensi interiori, come i due ciechi di un tempo: Pietà di noi, Figlio di Davide, dimostrando con la fede che la guarigione è possibile.

L’amore crocifisso fa scaturire la luce

Il Vangelo di oggi ci rivela un mistero di questo mondo: in un mondo di tenebre, anche coloro che hanno occhi sani sono ciechi – due volte ciechi e una volta muti, perché non possiamo vedere nello spirito, e da un cuore spezzato dal dolore non possiamo pronunciare una parola creatrice.

L’epoca attuale è un’epoca di sordità dell’anima, perché non sentiamo più il nostro prossimo; ma è anche un’epoca di mutismo interiore: tutti si perdono in tante parole, senza dire nulla, senza un pensiero salvifico o un messaggio costruttivo. Solo l’incontro con Cristo, che è la Luce del mondo, ci aiuta a gridare da un cuore muto e da un’anima accecata: “Abbi pietà di me!”, lasciando che il suo amore trafigga le profondità del nostro cuore e guarisca le ferite della nostra anima ferita.

Oggi abbiamo imparato che attraverso la fede l’uomo viene guarito da tutte le malattie del corpo, ma soprattutto dalle malattie dell’anima, malattie che tanto incatenano il mondo di oggi.

Cristo si crocifigge sempre perché noi possiamo sempre risorgere dagli abissi in cui ci ha fatto sprofondare la nostra cecità d’animo. Questo è il mistero del Vangelo di oggi: L’amore crocifisso fa scaturire la luce, scioglie la parola e dà la vita.

Signore misericordioso, abbi pietà di me e sciogli la cecità del mio cuore,

affinché con cuore puro ti glorifichi e con gli occhi dell’anima ti veda come sei.

† Atanasie di Bogdania