6ª domenica dopo Pasqua (del cieco nato) | Cristo – Luce del mondo

Vangelo secondo Giovanni 9, 1-38

Portando la grazia della gioia che ci giunge attraverso la scuola della Luce e della Vita, in attesa di fare un’altra tappa spirituale nel nostro passaggio dalla Risurrezione all’Ascensione, fino alla Pentecoste , oggi incontriamo sul cammino la domenica in cui il Salvatore compie il sesto grande miracolo, dei sette raccontati nel Vangelo di Giovanni – la guarigione dell’uomo nato cieco.

In questo tempo benedetto in cui siamo ancora nella luce della Risurrezione, la Chiesa ci invita ad avvicinarci all’incontro di Cristo con un uomo cieco dalla nascita (in realtà, tutta l’umanità che è cieca), un episodio che approfondisce la nostra conoscenza della grazia, raccontato solo da Giovanni, il mistico evangelista dell’amore, il quale ci rivela in verità chi è la Luce del mondo.

Le parole del Signore stesso rivelano il mistero che oggi incontriamo sul nostro cammino: “Io sono la Luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv. 8,12). La Parola del Signore diventa oggi la pietra di paragone nell’incontro con il cieco nato, dove Egli si rivela Luce dell’anima e del corpo.

“Gesù rispose: Non ha peccato né lui né i suoi genitori, ma è perché si manifestassero in lui le opere di Dio” (Gv. 9, 3).

Il Signore è a Gerusalemme per la festa dei tabernacoli (Gv. 7, 2), alla quale non voleva andare fin dall’inizio, ma dove alla fine andrà e vi avrà una lunga disputa con i Giudei (cap. 7 e 8), i quali erano come bloccati in abitudini che li accecavano e non permettevano loro di vedere più del tessuto della legge che rivestiva l’interiorità, la parte del cuore e della grazia.

A metà della festa, è Cristo che dice: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, dal suo ventre sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv. 7,37-38). Nel contesto in cui non è accolto né compreso dai Giudei, sperimenta una vera e propria sofferenza dell’anima, prima della sua sofferenza nella carne – “Non diciamo forse bene che sei un samaritano e che hai un demonio?” (Gv. 8,48), – Cristo lascia il Tempio ed è qui che avviene l’incontro con l’uomo nato cieco.

È l’incontro di Dio con l’umanità accecata (dal peccato) e mendicante, che non ha la forza di affrontare la vita da sola, che non può superare la barriera della debolezza che la tiene lontana dal Cielo.

Teodoro di Mopsuestia traduce magnificamente questo passo evangelico dicendo: “Il Signore insegna ai discepoli che ci sono molte ragioni per tutti questi eventi e che sono misteriosi e inspiegabili. Così ci lamentiamo sempre di eventi di cui ignoriamo le cause, ma poi impariamo anche che nulla accade invano. Questa conoscenza ci sarà data nell’altro mondo, perché ciò che è nascosto ci sarà rivelato“.

Il Signore dà a tutti noi una lezione meravigliosa e sorprendente allo stesso tempo: la sofferenza non è dovuta esclusivamente al peccato, ma è anche la sofferenza che rivela il Figlio di Dio – la Luce del mondo. L’infermità incurabile dell’uomo (e dell’umanità), in modo mistico, rivela veramente Cristo, il Figlio del Dio vivente – “né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma è perché in lui si manifestassero le opere di Dio (Gv. 9,3). Questa volta sarà la sofferenza ad allargare veramente l’anima dell’uomo nato cieco.

“Allora il Signore Dio prese polvere dal suolo e fece l’uomo, gli soffiò in faccia un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn. 2,7).

Il miracolo che oggi incontriamo è un miracolo profetico, un’anticipazione del mistero del battesimo e della restaurazione dell’uomo dalla terra al cielo attraverso la risurrezione. La guarigione ha in sé l’aspetto di un’iniziazione cristiana, un viaggio come quello che i cristiani facevano quando venivano battezzati nei primi tempi, arrivando alla santa illuminazione.

Cristo è colui che sputa nella terra, prende il recipiente della saliva e mette questo recipiente (l’argilla, la terra umida) sugli occhi di chi non vede. Li unge con questa terra – sulla quale ha soffiato e dato il suo alito (il soffio dello Spirito), il suo respiro e il suo alito, ungendo con essa gli occhi del cieco – e qui incontriamo la prima parte del miracolo, che è un miracolo simbolico.

Il Signore invia poi il cieco alla piscina di Siloe, che significa “inviato”, dicendogli di lavarsi. Il fatto che venga mandato alla piscina simboleggia il ritorno a Dio, il lavaggio stesso simboleggia l’allontanamento da ogni male e l’unione con Cristo – il Battesimo.

Alla piscina il cieco viene guarito – seconda parte del miracolo. Vediamo un’immagine simbolica della creazione dell’uomo il sesto giorno (Gn. 2,6-7). Il Signore ha costruito l’uomo dalla polvere inumidita dal vapore che usciva dal suolo, dandogli vita con il suo spirito – dandogli un’anima.

Il gesto di Cristo non è altro che la ri-creazione dell’uomo, una liturgia celeste – un nuovo fare, un risiedere nell’acqua della grazia. Il Signore chiede al malato di farsi operatore della propria guarigione, di sforzarsi, di andare a lavarsi alla piscina di Siloe – l’uomo si rende partecipe della propria condizione (questa volta dal profondo della sua anima e dal frutto della sofferenza).

Così come ha plasmato Adamo prendendo la terra, quell’argilla rossastra, e l’ha plasmata in un torchio benedetto, come quello della Liturgia, sul quale ha soffiato lo Spirito Santo, come ha fatto il profeta Eliseo, che si è seduto sul bambino al quale ha ridato la vita (IV Re 4) – è Cristo che ha abbracciato (di nuovo) questo pane, fatto da mani divine, e gli ha dato vita.

Il Salvatore compie questi gesti mistici e sacramentali con l’argilla (piscina) e la saliva (acqua) per rivelare che ciò che sta facendo con gli uomini (attraverso la futura risurrezione) è una ricreazione del mondo, una restaurazione dell’uomo, attraverso un battesimo mistico. Il battesimo si mostra come la Santa Illuminazione, l’avvicinamento e l’unione dell’uomo con Cristo – la restaurazione dell’uomo attraverso l’acqua della grazia. Ogni anima entra nell’acqua del battesimo avvolta nei peccati, uscendone come nuova creatura, dopo una completa immersione, come il Salvatore che trascorse tre giorni nel sepolcro.

Dalla guarigione al giudizio

Cristo compie un miracolo in due parti – la prima parte toccando con la mano, che sembra fin dall’inizio non essere un vero miracolo – solo che stende un panno inumidito sugli occhi di un uomo cieco dalla nascita (per il profano, un gesto incomprensibile), poi lo manda alla piscina di Siloe.

La seconda parte si svolge alla piscina – fuori dalla vista, in un pozzo (un pozzo mistico, come quello in cui avviene l’incontro con la Samaritana) a qualche centinaio di metri sotto il Tempio di Gerusalemme. Lavandosi, l’uomo cieco dalla nascita riacquista la vista. Dopo la guarigione, seguono quattro incontri lunghi e tesi: un vero e proprio processo al cieco, come quello del Salvatore il Venerdì Santo, in cui vengono chiamati diversi testimoni che non arriveranno a testimoniare.

L’uomo nato cieco diventa improvvisamente un testimone del potere di guarigione e della verità di Cristo di fronte ai farisei e ai giudei, per i quali tutto ciò che contava era la stretta legge del sabato. Di fronte alle obiezioni e ai dubbi, egli confessa risolutamente: “Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (Gv. 9,33).

La reazione dei vari personaggi del racconto scritturale – dai discepoli, ai vicini, ai giudei, ai farisei, ai genitori del cieco – sottolinea il contrasto tra coloro che accolgono la luce di Cristo con cuore aperto e coloro che rimangono nelle tenebre a causa della loro chiusura nei confronti della Verità.

Il personaggio più notevole, tuttavia, rimane il cieco guarito. Cristo, con la potenza del Padre e il soffio dello Spirito (un’opera trina – Dio è inseparabile), non solo ha aperto i suoi occhi corporei, ma anche quelli spirituali.

A ogni domanda, come in un processo, risponde ispirato dalla potenza della grazia, con audacia, con intelligenza, mettendo in crisi i farisei: “mai da tempo immemorabile si è sentito qualcuno aprire gli occhi di un cieco dalla nascita; se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla “ (Gv. 9,32-33).

Il beato Agostino, parlando della confessione del cieco, lo dice chiaramente: Vedete come è diventato araldo della grazia? Vedete come predica il Vangelo? Vedete come, una volta ottenuta la vista, diventa un testimone? Quel cieco testimoniava e gli increduli erano turbati nel loro cuore perché non avevano nel cuore ciò che vedevano in lui”.

Dal giudizio alla fede

“Se qualcuno confesserà che egli è il Cristo, sarà messo fuori dalla sinagoga” (Gn. 4,22) – l’allontanamento del cieco dalla sinagoga prefigura l’allontanamento dei cristiani dalla sinagoga, una separazione dalla vecchia legge per abbracciare la legge della grazia, una nascita della Chiesa che è (anche) il passaggio dalla cecità alla vista, dalle tenebre alla luce, dalla lettera alla grazia – tutto questo, attraverso il Battesimo.

San Giovanni Crisostomo scrive molto bene: “Il mondo è come un pozzo profondo. Cristo vi è disceso per far uscire l’uomo dalle tenebre e portarlo alla luce”, così l’incontro di Cristo con il cieco nato diventa il simbolo della nostra trasformazione dalle tenebre del peccato alla luce della grazia divina, nel seno vivo della Chiesa.

Il cieco ha la grande opportunità di trovarsi faccia a faccia con il Creatore del mondo – “E Gesù udì che lo avevano scacciato. E, trovatolo, gli disse Credi tu nel Figlio di Dio?”. (Gv. 9,35) – i reietti di questo mondo sono sempre ripescati da Dio, che li mette alla luce di un amore che guarisce senza riserve.

Come la Samaritana, Cristo si rivela al cieco: “Ma chi è, Signore, perché io creda in lui? Tu l’hai visto! Ed è lui che ti parla (At 9,35-36). Il cieco non esiterà a fare una così bella confessione di fede, come un nuovo nato (dai morti) per il Regno dei cieli – “E disse: Credo, Signore. E lo adorò (Gv. 9:38).

Dalla fede alla vita

San Gregorio di Nissa dice che “le tenebre sono l’assenza di luce e la luce è la fonte della vita. Perciò l’illuminazione dell’anima e la guarigione del corpo avvengono attraverso l’incontro con Cristo, la Luce del mondo” – questa coscienza ci porta alla consapevolezza della profondità e della potenza della trasformazione spirituale operata dall’incontro del cieco, e di tutti noi, con Cristo misterioso guaritore e risanatore.

Il cieco nato, che non aveva visto Cristo (fin dall’inizio) come uomo, ma lo aveva solo sentito come uomo, si aprì al Signore con una fede forte, dimostrando che l’occhio invisibile del cuore è al di sopra dell’occhio del corpo – e così fu anche in grado di vederlo (alla fine) come Dio.

Sant’Efrem il Siro ci parla così profondamente della potenza della Parola di Dio che diventa causa di guarigione, non solo per i ciechi dalla nascita, ma per tutti noi: “La piscina di Siloe non aprì gli occhi del cieco, così come le acque del Giordano non purificarono Neemia” (2 Re 5,14). È stato il comando del Signore ad agire. Allo stesso modo, non è l’acqua del pentimento che ci purifica. Ma i nomi pronunciati su di essa (della Santa Trinità) ci danno la salvezza“.

Se all’inizio è il Signore che vede il cieco, alla fine è il cieco che vede Dio attraverso gli occhi dell’anima guarita. Ci troviamo così di fronte al mistero attraverso cui Dio vede l’uomo, ma anche dell’uomo guarito, che vede il Dio incarnato, alla luce della sua vicinanza alla sua creatura indifesa.

L’occhio che Cristo viene a risanare oggi, come Dio Creatore all’inizio del mondo, è l’occhio della nostra mente e della nostra anima – l’occhio misterioso dello spirito. Ci viene anche rivelata un’intuizione approfondita della grazia: l’occhio interiore dell’essere umano si apre solo quando quello esteriore si chiude (spesso attraverso la sofferenza e il dolore). L’occhio interiore dell’anima e del cuore, che è nascosto sotto l’ombra del corpo impotente, non morirà mai, ma risorgerà di gloria in gloria dopo la morte, e attraverso di esso lo vedremo e saremo con Dio per l’eternità.

In questa domenica abbiamo scoperto il mistero della Luce che si rivela essere Cristo Signore, fonte di guarigione e costruttore del mondo, chiamato a liberarsi dalle tenebre del peccato e della sofferenza, affinché possiamo diventare testimoni della sua luce nel nostro mondo avvolto dalle tenebre, come il cieco che divenne un vero testimone tra i Giudei.

Non dimentichiamo che la vera cecità è quella del cuore e dell’anima: cercare la purezza interiore per poterlo vedere e gustare il mistero di Colui che è risorto dai morti per l’eternità!

Oggi vedendo la Luce del mondo,

 e uscendo dalla cecità delle nostre passioni,

  riceviamo nel cuore Cristo,

con la sua dolce grazia siamo santificati,

 con il mistero della Risurrezione andiamo avanti

verso la festa dell’Ascensione, che accogliamo con gioia!

Cristo è risorto!

† Atanasie di Bogdania