3ª domenica dopo Pasqua – delle Mirófore

Il mistero dell’amore che annuncia la risurrezione

Vangelo secondo Marco 15, 43-47; 16, 1-8

Il nostro cammino continua nella luce della Santa Risurrezione, in questa Terza Domenica di Pasqua, che ci indica la strada della nostra stessa risurrezione, che scopriamo poco a poco, chiamati dalla Chiesa a portare la grazia della luce e il sigillo della gioia per cinquanta giorni – cinquanta giorni di testimonianza che ci prepareranno alla festa della Pentecoste.

Il lavoro di portare la gioia per cinquanta giorni è grande quanto quello di portare il dolore e la sofferenza per sette settimane di duro digiuno e profondo pentimento. Portare la gioia viva della risurrezione di Cristo non è altro che abbracciare una nuova vita che scaturisce dalla tomba. Portare la gioia viva che scaturisce dalla Croce e dalla sofferenza per tutta la vita, fino al passaggio dalla morte alla vita e dalla terra al cielo – ecco il mistero.

Le donne mirofore versarono mirra, mentre gli apostoli versarono il loro sangue

Fin dall’inizio, Pietro il Crisologo spiega con profondità il bellissimo legame tra la confessione delle donne mirofore e l’apostolato dei discepoli del Signore, che hanno abbracciato le catene e sciolto l’incredulità di tutte le nazioni per rivelare il Risorto dai morti che dà la salvezza a tutti:

“Le donne furono le prime a glorificare il Cristo risorto e gli apostoli i primi a soffrire per Lui. Le donne erano preparate con gli aromi, mentre gli apostoli per i tormenti. Le donne entrarono nel sepolcro, mentre gli apostoli sarebbero presto entrati nelle prigioni. Le donne si affrettarono a mostrare la loro lode al Signore, mentre gli apostoli abbracciarono le catene per Lui. Le donne versarono mirra, mentre gli apostoli versarono il loro sangue.

Gli apostoli degli apostoli

Le donne mirofore (in greco mirophores), sono le donne che “avendo un amore ardente per Cristo, come discepole, comprando unguenti preziosi, vennero di notte per ungerlo e per adempiere a ciò che non era stato fatto   allora (il venerdì della crocifissione) per la  fretta, come ci dice il sinassario del Mattutino.

Le donne mirofore sono le prime a vedere il Cristo Salvatore risorto, essendo le annunciatrici della Risurrezione ai discepoli del Signore (Mt 28,9-10 e Gv 20,1-18). San Giovanni Crisostomo le chiama, in modo così bello, “gli apostoli degli apostoli”.

I Vangeli sinottici ricordano:

“Maria Maddalena e Maria, madre di Giacomo e di Ioses e madre dei figli di Zebedeo” (Mt 27,56);

“Maria Maddalena e l’altra Maria” (Mt. 28, 1);

“Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome” (Mc 16,1);

– “Maria Maddalena, Giovanna, Maria di Giacomo e le altre con loro” (Lc 24, 10).

Il Vangelo di Giovanni ci ricorda anche “sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria Maddalena” (In. 19, 25).

Esse andranno il terzo giorno dopo la sepoltura del Signore (domenica mattina presto) “a vedere il sepolcro” (Mt 28,1) e “a venire a ungerlo” (Mc 16,1) “portando gli aromi che avevano preparato” (Lc 24,1).

Chi erano le donne Mirófore

Maria Maddalena – è la prima a vedere il Cristo risorto, che confonde con il giardiniere – “pensando che fosse il giardiniere, gli disse: Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai deposto, e io lo prenderò” (Gv. 20, 15). È anche quella da cui il Salvatore Cristo scacciò sette demoni (Lc. 8,3). Originaria della città di Magdala, non lontana da Cafarnao, secondo l’interpretazione di diversi esegeti, è anche la donna che lavò i piedi del Salvatore con le lacrime nella casa di Simone il Fariseo – “sedutasi ai suoi piedi, piangendo, cominciò a bagnargli i piedi con le lacrime e con i capelli del suo capo li asciugò. Poi gli baciò i piedi e li unse con la mirra” (Lc 7,36-48);

Maria di Cleofa, chiamata anche “l’altra Maria” (Mt 28,1), o “la sorella di sua madre” (In 19,25), era una cugina della Madre di Dio, essendo la madre di Giacomo, Giuda, Giose e Simone – i cosiddetti “fratelli del Signore”, in realtà cugini di secondo grado (parenti, secondo la semantica ebraica del termine). Eusebio di Cesarea riferisce che il cronista Egesio parlò con uno dei pronipoti di Giuda (parente del Signore), il quale confessò che Cleopa era il fratello del giusto Giuseppe, promesso sposo della Madre di Dio;

Giovanna – era la moglie di Huza, un iconomasta di Erode (Lc. 24, 10);

Susanna – è menzionata solo dall’evangelista Luca. Insieme a Giovanna di Huza, servì il Salvatore Cristo e i suoi discepoli “dalle loro ricchezze” (Lc 8, 3);

Salome – era la moglie di Zebedeo e madre dei “suoi figli” Giacomo e Giovanni, gli apostoli. È menzionata per nome solo dall’evangelista Marco (16,1). È lei che chiese al Salvatore: “che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno” (Mt 20,21);

Marta e Maria – sono state anch’esse incluse dalla Chiesa tra le donne mirofore. Maria è colei che, nella casa di Betania, unse il Salvatore Cristo con un unguento prima della sua passione, anticipando misticamente la sua morte e sepoltura (Gv. 12, 3).

Chi non lascia la Croce è il primo a incontrare la Risurrezione.

Le donne portatrici di mirra sono quelle che sono state vicine alla Croce fino alla fine, fino alla morte e fino al sepolcro, quindi sono anche le prime a incontrare il Cristo Salvatore risorto.

Le loro azioni sono soprattutto testimonianze d’amore. Si svegliano di buon mattino per andare al capezzale di Colui che hanno visto morto – qui l’amore si rivela a noi come forza universale che va oltre la morte. Nonostante la morte, di fronte alla quale non si può fare nulla, esse credono (tuttavia) che il Maestro è e rimane il Cristo, il Figlio del Dio vivente – la vita non può essere strappata dal cuore di chi la dona.

Le mirofore si recano al sepolcro portando aromi per ungere il corpo del Salvatore. Non c’è gesto più amorevole del dono dell’unguento mistico: è un atto gratuito di amore perfetto. Qui l’unzione mostra la presenza nascosta dello Spirito Santo, il Datore di vita – da cui nascerà anche il Mistero dell’Unzione.

Venire a imbalsamare il corpo del Salvatore è un segno dell’intuizione spirituale di queste donne: la morte non può resistere nel mistero dell’amore, perché dove c’è amore, la morte scompare completamente. Esse si accingono a compiere un atto di amore gratuito per Dio, un atto che è stato compiuto anche a Betania, così come nella casa di Simone il lebbroso, con l’unzione prima dell’unzione – “Lasciatela, perché lo ha conservato per il giorno della mia sepoltura” (Gv 12,7).

L’amore delle mirofore unisce il Cielo e la Terra

L’unzione di Betania, come anticipazione dell’unzione che le mirofore oggi non hanno potuto fare, poteva essere fatta solo da una donna portatrice di mirra (e che ama veramente), è un gesto d’amore difficile da immaginare, che unisce, in modo mistico, Cielo e Terra, perché il profumo di quella mirra pura di nardo ricopriva prima la testa di Colui che doveva entrare nel sepolcro (il Cielo sopra i cieli) e poi i piedi che dovevano essere inchiodati alla croce (la Terra su cui riposa il Signore Sabaoth).

Il gesto delle donne mirofore non è solo rivestito dell’abito dell’amore (il mistero della donna), ma è un gesto del tutto profetico – Maria (tre delle portatrici di mirra, insieme alla Madre di Dio, portavano questo nome – amante della luce) ha anticipato la sofferenza, la crocifissione, la morte e la risurrezione di Colui che è amore perfetto. Qui è nascosto il mistero dell’unzione nella scoperta del martirio – Colui che riceverà la morte per la nostra vita.

Il profumo dell’unguento portato dalle donne mirofore al sepolcro del Signore simboleggia la presenza della grazia che ricopre tutti – la Trinità rimane indissolubile – un’anticipazione della discesa dello Spirito Santo, colui che sarà il Consolatore di tutti.

“La tua mirra è balsamo profumato, il tuo nome è mirra versata; perciò le vergini ti amano” (Cantico dei Cantici 1,2).

Sant’Atanasio il Grande dice che “chi unge un altro con le spezie, egli per primo profuma “. Che cosa significa? Che ogni bene che facciamo in questo mondo è un unguento profumato: se facciamo del bene a un altro, esso rimane per noi, arricchiti a nostra volta dalle buone azioni. Anche se il nostro dono è interamente per il prossimo, ci arricchisce meravigliosamente per grazia.

La vocazione del cristiano resta, in fondo, quella di moltiplicare l’unguento delle buone azioni nel mondo, di adornare la propria vita con la fragranza del buon profumo spirituale. Allora ciascuno potrà portare al Signore Cristo non solo le opere solitarie (isolate dal mistero della persona), ma soprattutto un cuore puro, rivestito della veste dell’umiltà.

L’effusione della mirra significa anche effusione del cristianesimo nel mondo, della testimonianza, il tutto partendo da una nuova buona notizia, quella delle donne mirofore, che portano la buona notizia agli apostoli addolorati.

“Al mattino presto le mirofore corsero al tuo sepolcro, piangendo; ma l’angelo si fermò davanti a loro e disse: Il tempo del lutto è finito, non piangete più, ma annunciate agli apostoli la risurrezione. (Benedizioni della risurrezione)

Cristo Salvatore dice alle donne mirofore di “rallegrarsi”, dal momento che hanno veramente compreso il mistero della risurrezione. Agli apostoli dice “la pace sia con voi”, essendo ancora pieni di paura e di agitazione, tanto bisognosi di perdono e di pace.

La morte che mostra la vita

La donna, da sempre, ha avuto molta più familiarità con il mistero della morte, e quindi della vita – spesso, per una donna nell’antichità, dare la vita significava morire. Il passo di assumere il dono della vita, in qualche modo, significava la possibilità di accettare la morte, di abbracciarla, di comprendere il mistero della vita. Le donne hanno sempre avuto (e hanno tuttora) un senso molto più acuto del dolore, ma anche del senso del dono.

Le mirofore e gli apostoli hanno i loro limiti, qui capiamo che la Chiesa, che nasce dal costato trafitto dalla lancia del Cristo Salvatore, ha bisogno di tutti. Tutte le grazie si compiono nella Chiesa – un mistero di creazione, un mistero di nuova creazione, che supera ogni limite, ogni impotenza, perché in Cristo tutti e tutte sono uno.

Tre volte Giuseppe

Oggi si commemora anche San Giuseppe d’Arimatea, l’uomo dal volto buono, come ce lo presenta il tropario, cioè dal buon nome, dalla buona presenza, dalla buona reputazione.

La Scrittura ci presenta l’immagine di tre personaggi che portano il nome di Giuseppe:

Giuseppe figlio di Giacobbe, il patriarca, chiamato anche Giuseppe il bello, che è l’immagine del Salvatore Cristo nell’Antico Testamento (incontriamo questo Giuseppe nella settimana della santa passione, il lunedì);

Giuseppe il Vecchio, promesso sposo della Madre di Dio;

Giuseppe quello dal volto buono, di Arimatea, che depone il Salvatore dalla croce e lo unge con aromi, secondo la tradizione ebraica, insieme a Nicodemo.

Il santo e giusto Giuseppe di Arimatea (una città a nord-ovest di Gerusalemme) era un discepolo, in segreto, del Salvatore Cristo (Mt 27,57). Pur essendo membro del Sinedrio, attendeva il Regno di Dio (Mc 15, 43). È lui che chiede a Pilato il corpo del Cristo crocifisso e lo riceve in dono (Mc 15, 45).

Insieme a Nicodemo, che aveva portato “circa cento litri di mirra e di aloe” (Gv. 19,39), unge il Signore con gli aromi, lo avvolge in un telo di lino pulito, secondo l’usanza dei Giudei, e lo depone in una tomba nuova scavata nella roccia. Questa tomba mostra anche il dono unico che l’uomo fa all’Uomo, ma anche il dono superiore al dono che Dio ci fa: la Tomba Vuota, segno della Risurrezione!

Coraggio e libertà

Le mirofore hanno una fede incrollabile perché hanno un’innegabile libertà interiore. Vanno al sepolcro sapendo che è sigillato da un’enorme pietra e si chiedono: “Chi rotolerà via la pietra dalla porta del sepolcro per noi?”. (Mc 16,3). Quando arrivano al sepolcro, l’angelo del Signore aveva già rimosso la pietra per mostrare che il sepolcro era vuoto: “Non abbiate paura! Cercate il crocifisso Gesù di Nazareth? È risorto! Non è qui. Questo è il luogo dove l’hanno deposto.

Il Vangelo di Marco è l’unico che mostra la testimonianza della risurrezione attraverso il prisma dell’angelo che diventa l’araldo della profezia nascosta da secoli nel mistero. Le Mirófore diventano testimoni della risurrezione per tutta l’umanità, per tutto l’universo.

L’amore gratuito di donne coraggiose rovescia, attraverso l’angelo, la pietra del sepolcro (la nostra vita, con tutte le sue angosce e i suoi fallimenti). Il coraggio di andare incontro alla morte (di ciascuno di noi) è anche il coraggio di vedere sempre l’alba spirituale in mezzo a tutte le difficoltà della vita. Attraverso gli occhi dei portatori di mirra, la gioia si mostra come scaturita dalla croce, dalla sofferenza, dal dolore – ma alla fine, dalla risurrezione!

Perché attraverso la croce è arrivata la gioia per tutti

La forza che fa risorgere Cristo dal sepolcro non è altro che la forza dell’amore infinito del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre. Questo è il potere che è più forte della morte e che fa risorgere il Signore dalla tomba e fa risorgere noi dalla morte dei peccati, dandoci una vita senza morte.

Sono state le mirofore a capire, grazie all’amore che portavano in sé, la cosa più alta: che in Cristo la morte non può essere separata dalla vita. Gli apostoli passano accanto al mistero, la loro delusione si rivela sulla strada di Emmaus“e noi speravamo che fosse colui che avrebbe redento Israele” (Lc 24,21).

Il gesto odierno delle mirofore è una vera e propria teofania perché è l’amore che rivela Dio. Quell’amore nascosto nel cuore della donna che ama è il mistero dell’umanità che svela Cristo – “perché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

L’amore è gratuito e libero, le mirofore hanno potuto entrare (e vivere) nel mistero dell’amore che ha salvato l’onore del genere umano, perché erano libere in tutto e non condizionate da nulla – tranne che dall’amore che mai tramonta.

L’amore delle donne mirofore, che versarono mirra per Cristo, ha vinto la paura della morte. Ecco perché l’amore è stato dato per primo, per vedere e annunciare la Risurrezione!

Che possiamo sempre avere il cuore pieno d’amore, perché dove c’è amore non c’è morte!

Cristo è risorto!

† Atanasie di Bogdania