Terza domenica di Quaresima – della Santa Croce
La croce della sofferenza – Il mistero della vittoria
Vangelo secondo Marco 8, 34-38; 9, 1
Così come la luce sorge sempre dalle tenebre, oggi ci viene mostrato il mistero della Croce, che sorge illuminando i nostri cuori e le nostre anime nel faticoso cammino verso la Risurrezione. Dopo la domenica dell’Ortodossia (dell’Icona) e quella di San Gregorio Palamas (della Luce) – una scoperta della grazia che scaturisce dall’immagine di Colui che ci ha fatto, – arriviamo a una nuova tappa, che ci viene rivelata come la domenica della Santa Croce.
Come dopo la Trasfigurazione di Cristo Salvatore, che ci ha rivelato il fulgore della grazia vivificante, 40 giorni dopo la Crocifissione – così anche noi, oggi, passando per la domenica della grazia e della luce, gustiamo il mistero della Santa Croce, per poter godere, alla fine dei 40 giorni di digiuno, della Santa Risurrezione.
La triplice festa
Il legno della Croce di Cristo fu recuperato dalle mani dei Persiani da parte dell’imperatore Eraclio il 21 marzo 629 (un martedì della quarta settimana della Santa e Grande Quaresima di quell’anno, che è anche l’equinozio di primavera e, nella tradizione alessandrina, la creazione del mondo – un nuovo inizio, questa volta attraverso la Croce) e fu posto all’adorazione del popolo fedele di Gerusalemme dal patriarca Metodio proprio a metà della Quaresima.
In agosto, parte del legno della Santa Croce arrivò a Costantinopoli, dove l’imperatore Eraclio tornò in settembre, proprio per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce.
Nel corso dell’anno ecclesiastico, i Padri hanno dedicato alla Santa e vivificante Croce tre grandi feste, che si sono intrecciate in modo armonioso con gli eventi che hanno segnato la sua storia nella Chiesa e a Bisanzio: l’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre, quando fu posta per la prima volta a Gerusalemme, 40 giorni dopo la festa della Trasfigurazione – 6 agosto), la Terza Domenica della Santa e Grande Quaresima (in cui ci troviamo oggi) e la Processione della Santa e Vivificante Croce (1° agosto, quando fu posta in adorazione a Costantinopoli).
Allo stesso modo, sono tre gli elementi sigillati di santità per la vita umana che vengono portati in processione durante la Divina Liturgia: il Santo Vangelo, che ci rivela la Parola di Dio, portatrice di vita, i Sacri Doni, quelli che rappresentano il Corpo e il Sangue di Dio, e la Santa Croce – la Croce di Dio, la Croce della Crocifissione, il nuovo Albero della Vita.
Con quanta bellezza e profondità il Sinassario del mattutino di questa domenica ci narra il ruolo salvifico della Croce, che è stata posta dai Santi Padri al centro della Quaresima, non solo per rafforzarci spiritualmente, ma anche per mostrare la sua centralità, sia nella Chiesa che nella nostra vita:
– “Poiché durante i quaranta giorni di digiuno anche noi ci crocifiggiamo un po’, essendo morti alle nostre passioni, con i sensi intorpiditi e indeboliti dall’amarezza del digiuno, la preziosa e vivificante Croce ci viene posta davanti per incoraggiarci, per sostenerci, per ricordarci le sofferenze del nostro Signore Gesù Cristo e per confortarci”.
– Come coloro che percorrono un cammino accidentato e lungo, schiacciati dalla stanchezza, se incontrano sulla strada un albero ombroso, si riposano un po’, sedendosi sotto di esso, e, un po’ rinfrancati, terminano il resto del cammino, così anche ora, durante il digiuno, i Santi Padri hanno piantato in mezzo a questo cammino faticoso la Croce vivificante, per riposare e respirare e rendere noi che siamo stanchi, agili e leggeri per il resto del viaggio”.
– “Come alla venuta di un imperatore si portano davanti a lui gli stendardi e lo scettro, ed egli viene dietro, esultando e rallegrandosi per la vittoria ottenuta, e con lui gioiscono i suoi sudditi, così anche il nostro Signore Gesù Cristo, volendo mostrare la vittoria sulla morte e che verrà con gloria nel giorno della risurrezione, ha inviato il suo scettro, il suo segno regale, la Croce vivificante, che ci riempie di grande gioia, ci dà grande sollievo e ci prepara ad essere pronti a ricevere il Re e a gridare di gioia per l’accoglienza del vincitore”.
– “Il santo digiuno di quaranta giorni è come la sorgente di Mera, per l’amarezza, l’amarezza e l’autocontrollo che il digiuno ci provoca. Come il divino Mosè, quando pose il legno in mezzo alla sorgente, la addolcì, così Dio, che ci fa passare attraverso il Mar Rosso spirituale e ci conduce fuori dall’invisibile Faraone, per mezzo del legno vivificante della santa e vivificante Croce, addolcisce l’amarezza del digiuno di quaranta giorni e conforta noi che viviamo come nel deserto fino a quando non ci condurrà, attraverso la Sua resurrezione, a Gerusalemme in alto”.
– “Poiché la Croce è chiamata ed è l’albero della vita, e quell’albero fu piantato in mezzo al cielo, nell’Eden, in modo appropriato i Padri divini lo piantarono anche in mezzo al digiuno di quaranta giorni per ricordarci anche la cupidigia di Adamo, ma allo stesso tempo per mostrarci, attraverso quest’albero, la rimozione della sua condanna. Se ne mangiamo, infatti, non moriamo più, ma restiamo in vita“.
La croce e la Risurrezione – inizio e fine
Il pellegrinaggio della vita suggellato dal mistero della Santa Croce porta sempre una linea orizzontale, che è il nostro cammino nella vita e la croce di ciò che crediamo e confessiamo e cerchiamo di approfondire e soprattutto di vivere, ma anche la linea verticale, attraverso la quale Dio taglia sempre i riti effimeri e portatori di morte del peccato e della caduta, proprio attraverso la Croce che si forma dalle due linee, per insegnarci che è proprio dalla sofferenza che scaturisce la vita tanto desiderata.
La Croce, dunque, è posta da Dio in mezzo alla nostra vita in un posto d’onore, così come oggi è posta in mezzo alla Chiesa nella Liturgia, così come è posta in mezzo a un mondo nuovo, essendo l’asse di riferimento attorno al quale si ricostituisce il nuovo universo, – la Croce di Dio – la Croce della Salvezza (una nuova Creazione).
Croce del dolore – Croce della vita
Siamo entrati nella Quaresima del pentimento e dell’ascesi, dopo essere stati cacciati dal paradiso con Adamo ed Eva, perché abbiamo gustato dell’albero della conoscenza del bene e del male, essendo stati addolciti dal male, per arrivare al sapore amaro della vita e capire che la nostra corsa attraverso l’arido deserto della sofferenza ci condurrà proprio all’Albero della Vita, che è la Croce della Crocifissione, la Croce vivificante e portatrice di vita.
La Croce (del dolore) è quell’alfa che ci condurrà alla Croce della Vita, che si mostra come l’omega, e anche la fine, in cui incontreremo Cristo Signore. Perciò siamo chiamati ad avere la Croce al centro della nostra vita, al centro del nostro digiuno, al centro del nostro sacrificio, al centro di tutta la ricostruzione di questo mondo nuovo, che cerchiamo così ardentemente, ma che ci sarà rivelato anche attraverso la Risurrezione.
Come nella grande città di Costantinopoli la Croce veniva posta in adorazione per tutta la settimana di mezzo della Quaresima (la quarta), perché erano in molti a voler adorare il nuovo Albero della Vita, così la metà della nostra vita, nel passaggio dal peccato alla virtù e dalla morte alla vita, porta proprio il sigillo del pentimento e del cambiamento interiore.
“Il Signore disse: Chi vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà guadagnare la propria vita la perderà, e chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà” (Mc 8,34-35).
Quanto è grande l’importanza di portare e prendere la croce in questi tempi di difficoltà per tutti noi. Il cristiano autentico è colui che porta la sua croce fino in fondo, con responsabilità, per poter gustare anche la grazia della risurrezione. Non c’è risurrezione senza croce!
Ogni cristiano battezzato si trova tra il mistero della Croce e la Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, ed è per questo che la Croce santa e vivificante è sempre posta al centro della Chiesa, affinché noi cristiani possiamo testimoniare di aver compreso appieno cosa significhi veramente il mistero del sacrificio, il mistero dell’amore e il mistero della risurrezione.
Il pentimento è profondamente legato alla Croce, che significa pentimento, conversione, cambiamento, illuminazione interiore, una vera e propria metamorfosi spirituale, potremmo dire. Il pentimento legato alla Croce significa avere coraggio nella vita, nel sopportare la sofferenza e abbracciarla profondamente. Sorridere alla vita e portare la croce con dignità apre proprio al mistero della grazia che nasce dal dolore.
Quanto è bello che San Luca di Crimea abbia detto: “Ho amato la sofferenza, perché purifica molto l’anima”. Come possiamo riuscire nella vita ad amare la Croce, ad amare la sofferenza, ad abbracciare il dolore? Ad amare la sofferenza e ad amarla molto? – Incontrando Cristo alla luce della Risurrezione: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, siete stati rivestiti di Cristo” (Gal 3,27).
Santa Croce – Chiave del Paradiso
La salvezza dell’anima è ontologicamente e indissolubilmente legata alla Croce. È la Croce che facilita il cammino dell’uomo verso il Regno di Dio. Assomiglia a un abile confessore, che benedice con due mani: il dolore e la sofferenza, che spesso sono cosparsi di malattia e sofferenza.
La presenza di prove, dolore e impotenza nella vita dell’uomo mostra, in fondo, la misteriosa presenza di Dio – che soffre insieme a ogni anima sofferente di questo mondo. Il momento di assumere queste benedizioni, attraverso il prisma della sofferenza, è il momento in cui l’uomo abbandona se stesso e segue Cristo. Attraverso la Santa Croce, l’uomo si (ri)riconcilia con Dio e lì incontra più in verità Colui che gli dà la vita dalla Sua stessa vita.
Il dolore crocifisso sulla Croce
San Massimo il Confessore ci dice che “il piacere non può mai essere senza dolore. Perché nel piacere è mescolato il tormento del dolore, anche se sembra nascosto a chi lo assapora, perché la passione del piacere domina”. La Croce della Quaresima, che si pone nella settimana in cui entriamo oggi, è proprio la Croce posta sui piaceri di questo mondo, che siamo chiamati a crocifiggere.
L’uomo, per il (troppo) piacere, per l’eccesso di ricchezza e di egoismo dannoso, dimentica Dio, ma il dolore, ogni volta, lo ricaccia nelle braccia del piacere e così l’uomo scappa sempre da Dio – un rapporto non sanato tra l’uomo e il suo Creatore celeste.
È il Salvatore che supera il dolore e la sofferenza non sanata dell’uomo sul Calvario, insegnando anche a noi a superare il piacere del mondo che passa, digiunando per quaranta giorni, come lui stesso fece, nel deserto della Carantania.
Comprendiamo allora che la Croce, che è posta in mezzo alla Chiesa, ci viene mostrata oggi come una croce ascetica e spirituale – una croce posta sulla nostra vita decaduta, per mostrarci vittoriosi nello spirito e nella verità. Quanto è bello che padre Dumitru Stăniloae abbia detto che il mondo intero, l’intera creazione, è un grande dono di Dio all’uomo, sigillato alla fine con il mistero della Croce.
Il paradosso della vita
L’assunzione della morte e la rinuncia a sé stessi, attraverso la morte in croce della propria impotenza, porta la vita eterna, mentre la ricerca di una vita effimera qui sulla terra porta davvero la morte di Adamo – e quanto abbiamo paura di questa morte?
Chi fugge la propria vita e la propria anima, vivendo solo per se stesso, alla fine morirà, alla fine perderà la propria vita e la propria ricchezza e l’illusione di un successo effimero. Chi perde la propria vita e la dona per Cristo, volontariamente, come sacrificio di buona volontà, la guadagnerà non solo qui, ma soprattutto nell’eternità.
La vocazione dell’uomo da Adamo a oggi è sacerdotale. Dio ha fatto il mondo per l’uomo, affinché l’uomo, sigillato con il mistero del sacerdozio universale, lo restituisca al Signore. Il mistero della creazione è nascosto nel mistero dell’amore che si riflette nella morte del Signore sulla croce, per una sola ragione: l’amore che abbatte i muri del peccato. La morte vivificante (del Signore) sulla croce guarisce la vita mortifera (dell’uomo).
Per questo Cristo ha fatto del suo Corpo la Chiesa: volendo renderci membra vive di sé, innestandoci in lui attraverso il Battesimo. Affinché, con il suo sangue versato sulla croce – la linfa viva che sgorga dalla sua costala – la sua vita entri in noi e ci renda “una nazione santa, un sacerdozio regale, il suo popolo eletto” (1 Pietro 2,9).
La porta del Paradiso
Due sono le persone che hanno chiuso il Paradiso (fortunatamente non per l’eternità): Adamo ed Eva. Due sono le persone che hanno (ri)aperto il Paradiso: il Salvatore Cristo e la Madre di Dio (questa volta per la vita eterna e abbondante). Per questo motivo, l’icona dell’Annunciazione è raffigurata sulle porte regali dell’iconostasi, perché esse aprono veramente le porte del Regno.
Dopo le porte regali, che vengono nuovamente (ri)aperte a noi, vediamo davanti all’altare la Santa Croce, attraverso la quale il Cielo perduto viene nuovamente aperto.
Il Paradiso si era perso a causa del legno, a causa del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Il Paradiso si apre sul Calvario (la nostra vita) anch’esso mediante il legno, il legno benedetto della Santa Croce. Il Paradiso è annunciato dalla Croce da parte di Cristo, e la chiave che lo apre è (anche) la Croce della Vita – come la vediamo rappresentata nel magistrale dipinto del Monastero di Voroneț.
Cosa significa portare la Croce?
Cosa significa in verità segnarsi con il segno della Santa Croce? – significa (ri)rinnegare sé stessi, sigillarsi con la rinuncia a se stessi, per essere testimoniati da Dio. Mettiamo da parte tutto ciò che è peccato nella nostra vita, tutto ciò che è malvagità, caduta, impotenza, incontinenza per le cose del mondo – per poter abbracciare il divino.
Rinneghiamo la nostra vita decaduta, egoista, priva di grazia e senza speranza, per poter acquisire quella vera ed eterna, sigillata con la grazia guaritrice e l’amore travolgente. Rinneghiamo noi stessi e tutto noi stessi, per poter risorgere in Cristo: ecco cosa significa portare veramente la croce.
Solo chi prende veramente la propria croce può sentire le parole del Salvatore (pronunciate anche sulla croce): “Oggi sarai con me nel Paradiso” (Luca 23,43). Perciò, è solo inchiodati alla croce che sentiamo e vediamo il Regno che ci viene annunciato.
Comprendiamo, allora, che l’uomo in questo mondo spesso muore lontano da Dio, passando accanto al suo mistero e andando contro di lui, la sua legge e il suo Vangelo – e allora la morte lo separa definitivamente dalla Vita e lo getta nel buio della disperazione.
Portare la Croce è imparare veramente a morire con Dio, Colui che ci dà la vita dalla sua vita e la sua morte diventa la nostra vita e la sua Croce fiorisce e diventa l’albero della vita attraverso la risurrezione.
L’Annunciazione della Sacra Passione
Oggi è (anche) la domenica che apre la strada ai tre annunci della Sacra Passione di Cristo, che incontreremo anche nella quarta e quinta domenica di Quaresima – “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molte cose ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi e venire ucciso, e dopo tre giorni risorgere” (Mc 8,31).
“E Pietro lo prese in disparte e cominciò a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Vattene da me, Satana! Tu infatti non pensi alle cose di Dio, ma alle cose degli uomini“. (Mc 8,32-33)
Comprendiamo che chi non prende sul serio la propria croce, guardando al mistero della morte, diventa un avversario (satana – colui che si oppone, nel senso del versetto precedente). Per questo Pietro viene rimproverato da Cristo Signore, perché si frapponeva tra Cristo e Gerusalemme, dove lo attendeva la croce che apre la porta a Dio, il Padre celeste – questo è anche il pensiero dell’uomo indifeso, sempre in fuga dalla morte e dal dolore. Il Regno di Dio si raggiunge solo attraverso la Croce – chi rifiuta la Croce abbraccia un altro regno, che è quello dell’avversario.
Se la negazione di colui che sarà il più grande degli apostoli è dovuta all’impotenza e mostra il sigillo dell’Adamo irredento, la sua confessione fin dall’inizio – “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Matteo 16,16) – si mostra come la rivelazione della grazia di Dio.
Cristo è l’Unto di Dio, è Re, Sacerdote e Profeta eterno, da cui l’ordine del Signore ai suoi discepoli di non dire a nessuno che Lui è il Cristo – fino a quando non sarà sulla Croce – dove si rivelerà il Re della Gloria – il mistero da cui nascerà la Chiesa.
Il dolore che fa fiorire la grazia
La morte del Signore crocifisso diventa vita per noi e la sua croce, che oggi impariamo a portare (e ad abbracciare in maniera mistica e con amore!), fiorisce e diventa l’albero della vita attraverso la risurrezione. Il frutto di questa croce diventa il frutto della comunione con cui nasciamo di nuovo – ricevendo nuova carne e nuovo sangue per la vita eterna.
Questi frutti li abbiamo in ogni Santa Chiesa, attraverso la Divina Liturgia, che risuona davanti a ogni Santo Altare, perché lì c’è il mistico Albero della Vita – nel cuore del Santo Altare; da lì riceviamo, dal pane e dal vino trasformati nel Corpo e nel Sangue del Signore, il Crocifisso e il Risorto, la Vita nuova, che oggi si (ri)svela.
Ogni anima che sa prendere la sua croce è quella che ha imparato l’arte del distacco spirituale, l’arte dell’illuminazione, l’arte della perfezione e l’arte spirituale della connessione con il mondo dell’oltre e non solo con questo mondo visibile (e caduto).
Oggi, ogni cristiano che impara a prendere la sua croce (ogni giorno e fino alla fine) è chiamato a imparare a guardare il mondo da fuori, a non sprofondare nel mondo, a non lasciarsi sopraffare dalle sue preoccupazioni, ossessioni e passioni.
La croce fiorisce, diventando l’Albero della Vita, della gioia e della grazia
È con l’Albero della Vita – la Croce che l’antico Adamo non vide alla luce del cielo – che ci incontriamo all’inizio della Scrittura, nel Genesi – “e in mezzo al Giardino c’era l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Gen 2, 9). Con lo stesso albero mistico, la Sacra Scrittura si conclude anche nel Libro dell’Apocalisse: “al centro della piazza della città, da una parte e dall’altra del fiume, cresce l’albero della vita, che fruttifica dodici volte all’anno e ogni mese dà il suo frutto; e le foglie dell’albero servono per la guarigione delle genti” (Apocalisse 22,2).
È il mistero della Croce che abbraccia tutta la Scrittura infusa dallo Spirito Santo, mostrandosi come la vera fonte della vita eterna – “beati quelli che lavano le loro vesti per avere il dominio sull’albero della vita ed entrare nella città attraverso le porte” (Ap 22, 14).
Per comprendere il mistero della Croce, dobbiamo prima comprendere il mistero del dono di sé. I cristiani donano a ogni Liturgia una prosfora, che è un pezzo di pane, fatto per simboleggiare noi stessi – una creatura sigillata con le sembianze di un’immagine santa – Cristo.
Il pane, che diventa il Corpo del Signore, porta il sigillo della Santa Croce, ma la vera prosfora – l’uomo costruito a immagine del Salvatore – è chiamato a portare il sigillo della Croce vivificante della Vita, che lo condurrà alla Vita senza morte.
La Liturgia, così come la chiamata al cambiamento interiore, ci mostra che la trasformazione non è solo del pane e del vino, che diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, ma la trasformazione più profonda è proprio del nostro corpo, che diventa (anche) il Corpo e il Sangue del Signore, attraverso la comunione, a somiglianza del Suo Sacrificio – portando l’immagine della Sua Croce.
La Chiesa in questo mondo – il Nuovo Cielo, da cui gustiamo in anticipo il Regno dei Cieli – ha la forma della Santa Croce, la croce che unisce il cielo e la terra, Dio e l’uomo, il visibile e l’invisibile, e tutto questo nel mistero del sacrificio eterno.
Tutta la Chiesa è costruita sul sacrificio, sul dono di sé, e la Croce posta oggi al centro della Chiesa ci ricorda che è per questo che digiuniamo, che preghiamo, che ci asteniamo dai piaceri di questo mondo, per sigillare il mistero del nostro essere con il seme della vittoria eterna: la Croce!
Comprendendo questo, anche noi canteremo con voce dolce:
“Ecco, viene in verità il legno prezioso, accorrendo con gioia abbracciatelo e invocate con fede: Tu sei il nostro sostegno, preziosissima Croce, del cui frutto gustando abbiamo ottenuto l’incorruttibilità, acquisendo il vero Eden antico e la grande misericordia”. (Stichira, Ufficio del vespro del sabato sera, alla vigilia della terza domenica di Quaresima)
† Atanasie di Bogdania



