Prima domenica di Quaresima | Dalla retta fede alla retta vita dell’Ortodossia

 Vangelo secondo Giovanni 1, 43-51

Oggi ci incamminiamo nella prima tappa della Grande Quaresima e la salutiamo con canti di lode, perché oggi è un giorno di vittoria – il giorno dell’Ortodossia. Questa domenica di esaltazione proclama proprio la vittoria della giusta venerazione delle icone sull’eresia iconoclasta, grazie alla decisione dell’ottavo Sinodo Ecumenico del 787, confermata dal Sinodo di Costantinopoli dell’843. Di conseguenza, l’Ufficio festivo di oggi ci ricorda il ripristino della venerazione delle icone nell’ordinamento naturale della Chiesa che mantiene la fede corretta, ma anche nella vita di tutti i cristiani – essendo caratterizzata da una processione di sante icone e reliquie al termine della Divina Liturgia.

Dalla persecuzione alla vittoria

La storia di Bisanzio, intrecciata con quella della Chiesa, che ha brillato nella grande città di Costantinopoli, è stata indelebile. Imperatori come Leone III Isauro (717-741) e suo figlio Costantino V Copronimo (741-775) hanno combattuto ferocemente contro la venerazione delle icone, sperando in questo modo di migliorare le relazioni con i vicini orientali dell’impero, i persiani, i quali rappresentavano una seria minaccia per la sicurezza dello Stato, provocando guerre estenuanti che sembravano non avere mai fine. Questo ha determinato ferite profonde nel cuore della Chiesa, dei fedeli e dei monaci della grande città di Bisanzio, ferite che non si sarebbero rimarginate per più di un secolo. Se l’oriente cristiano riuscì a superare la crisi iconoclasta, in occidente essa lasciò ferite mai rimarginate fino ai giorni nostri.

Nel 780, dopo la morte di Leone IV, l’imperatrice Irene divenne reggente per il figlio Costantino VI (780-797), che era minorenne. Grazie alle sue cure, fu convocato e organizzato il settimo Sinodo Ecumenico, con la benedizione del Patriarca Tarasio di Costantinopoli, il quale lo presiedette nella Chiesa di Santa Sofia a Nicea nel 787. Proprio in quel Sinodo fu ripristinata la venerazione delle sacre icone. Ma lo scontro non si fermò lì: ci volle un altro mezzo secolo di lotte e conflitti feroci perché l’Ortodossia tornasse a trionfare.

Nell’843, un’altra grande imperatrice, Teodora, convocò un sinodo locale a Costantinopoli, in cui vennero (ri)confermate le decisioni dei sette sinodi ecumenici e la stessa venerazione delle icone, e il patriarca Metodio di Costantinopoli (843-847) confessò la vittoria della Chiesa su tutte le eresie dei primi otto secoli.

Due grandi imperatrici, due donne di vita santa – Irene e Teodora – seppero realizzare in modo mirabile la divina provvidenza, in un periodo storico in cui, purtroppo, erano gli imperatori a superare il mistero della fede e della santità facendosi persecutori.

L’11 marzo 843, al termine di un’imponente processione con le sacre icone dalla chiesa di Nostra Signora delle Blacherne alla Cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli, dove fu celebrata la Divina Liturgia archieratica, il Patriarca Metodio proclamò al popolo della Chiesa che la prima domenica della Santa e Grande Quaresima sarebbe sempre stata la domenica dedicata alla vittoria dell’Ortodossia (la giusta fede) su tutte le eresie contro cui si è combattuto per secoli.

La prima eresia – il primo inganno

Approfondendo il tema di questa domenica, comprendiamo che la vera Ortodossia e la prima eresia contro cui si è combattuto sono molto più antiche del mondo bizantino, delle sue conquiste e delle impasse che ha attraversato. Incontriamo infatti la prima eresia e il primo eretico nel terzo capitolo del libro della Genesi, quando Eva e Adamo vengono tentati dall’astuto serpente nel giardino dell’Eden. È anche per questo che abbiamo le letture dal libro della Genesi alla Liturgie dei doni presantificati, per (ri)acquisire ciò che i nostri antenati hanno perso.

Comprendiamo, quindi, che le prime persone chiamate a vivere la loro fede e la loro comunione con Dio non erano altro che i nostri antenati – Adamo ed Eva. Essi sono tentati dal nemico della razza umana, il primo e più grande eretico, il diavolo, perché quando dice una menzogna, parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna(Giov. 8:44).

Adamo ed Eva sono i primi ad aver prestato orecchio alla menzogna e a non aver trovato il rimedio per la guarigione: il pentimento! Sono i primi ad essere caduti dalla giusta fede e dalla fedeltà a Dio, dando più valore alla menzogna tentatrice del diavolo che alla vera parola di Dio.

Il serpente è stato e rimane il primo e più grande eretico, perché cambia (distorce) la giusta immagine (icona – volto) di Dio e mostra un Dio diverso: Come! Dio vi ha detto: ‘Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino? … No, non morirete affatto!” (Gen. 3,1-4).

La vera icona di Dio

La prima e più grande eresia rimane il cambiamento dell’icona di Dio, e da allora tutti coloro che hanno stravolto l’immagine e l’insegnamento di Dio sono diventati eretici e alcuni si sono separati dalla vera fede.

L’immagine che il diavolo descrive di Dio mostra una falsa icona (da qui il ripristino della venerazione delle vere icone nella Domenica dell’Ortodossia), un’immagine distorta che ancora oggi perseguita molti – dalla menzogna che Dio non esiste alla creazione di un Dio a immagine e somiglianza dell’uomo (decaduto ed empio).

Cristo è colui che mostra nuovamente all’umanità l’icona del Padre amorevole, l’immagine dell’ipostasi rivelataci dopo la nostra caduta dal paradiso. Chiunque guardi a Lui e conosca Cristo è guarito da ogni inganno, acquisendo la salvezza – perché non c’è altra via per raggiungere il Padre se non attraverso il Figlio.

La salvezza che Cristo ci porta in dono significa liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte, perché la separazione dall’immagine di Dio non può che portare alla morte. È Cristo che ci porta non solo la salvezza, ma anche la vera icona di Dio, la sua vera immagine, affinché possiamo vedere il vero volto dell’uomo.

Perciò, in questa domenica di Quaresima, comprendiamo che la vera icona è anche la vera Ortodossia, perché in essa è nascosta l’immagine di Colui che è la Via, la Verità e la Vita (cfr. Gv 14, 6). Guardando il volto di Cristo, vediamo il volto di Dio – vangelo silenzioso, rivelazione dei misteri della salvezza. Colui che è obbediente in tutto al Padre guarisce l’uomo disobbediente, l’obbedienza si rivela la vera guarigione (e il ritorno) dall’eresia.

Il cammino della Quaresima – il desiderio del cielo

Le settimane di Quaresima sono sei, a cui se ne aggiunge una speciale – quella della Sacra Passione – che aprirà anche la strada alla Risurrezione. Le prime tre settimane, scandite da tre domeniche, hanno un tema teologico – dogmatico. La prima domenica, quella di oggi, è quella dell’Ortodossia, della sua giusta confessione e pratica. Si prosegue con la seconda domenica, dedicata a San Gregorio Palamas, una vera e propria seconda domenica dell’Ortodossia, perché se nella prima domenica abbiamo celebrato l’icona e la sua venerazione, nella seconda domenica ricordiamo (e veneriamo) la luce dell’icona, la luce della grazia che scaturisce dall’immagine di Dio.

Successivamente sarà la volta della domenica centrale della Quaresima, la domenica della Croce, con la quale si apre la porta del Paradiso perduto. Come la luce sorge sempre dalle tenebre, dopo la Domenica dell’Ortodossia (dell’Icona) e la Domenica della Luce (della Grazia), arriviamo ai piedi della Domenica della Croce, come dopo la Trasfigurazione del Salvatore, quaranta giorni dopo la Crocifissione – da cui scaturisce la salvezza anche per noi.

Nella seconda parte della Quaresima, seguono altre due domeniche di ascesi: quella di San Giovanni Climaco (l’immagine dell’uomo virtuoso nella santità) e quella della Venerabile Maria Egiziaca (l’immagine del perfetto pentimento che ci eleva alle vette della santità). Dopo di che, arriveremo alla Domenica delle Palme (l’ingresso del Signore a Gerusalemme) – una prefigurazione della Risurrezione, essendo strettamente legata alla risurrezione di Lazzaro. Prima della risurrezione del Signore, ha luogo la risurrezione dell’uomo. La Pasqua dell’uomo che precede la Pasqua del Signore si mostra come la tregua spirituale di una nuova vittoria, questa volta sulla morte. La Quaresima si apre, quindi, con una prima tappa di vittoria nella fede e si conclude con una tappa finale che è una vittoria della vita.

Forti di questi misteri, avremo la forza di affrontare insieme un’altra settimana di sofferenza – una settimana in cui non digiuneremo più per noi stessi, ma per e con il Signore – una settimana in cui le nostre cose private vengono messe decisamente da parte, per fare spazio a Colui che ci condurrà, attraverso la sofferenza volontaria, dalla morte alla vita e dalla terra al cielo.

È un cammino arduo e una lunga lotta, che ci condurrà attraverso la fede all’ascesi, indorata dalla forza della Croce, verso la vittoria sulla morte, per gustare la vera Vita – ma non saremo soli in questo viaggio mistico – bensì accompagnati dalla forza della grazia, dal Canone di Sant’Andrea di Creta (questo edificante inno al pentimento che ricostruisce l’uomo dall’interiorità), dalla Liturgia dei doni presantificati (alla sera, quando il Signore cercava anche Adamo nel fresco della sera), dalle veglie (mattutini celebrati alla sera per mostrare che dal tramonto della caduta sorge l’espiazione attraverso il pentimento), dai digiuni e dalle vigilie di preghiera, ma soprattutto dai doni spirituali lasciatici attraverso gli scritti dei padri benedetti da Dio.

“Mosè e Aronne tra i suoi sacerdoti e Samuele tra coloro che invocano il suo nome” (Sal 98,6).

Fino all’XI secolo (quando la pratica si diffuse), la domenica che oggi celebriamo era dedicata ai profeti Mosè, Aronne, Davide e Samuele, da cui il passo del Vangelo di Giovanni che racconta l’incontro di Natanaele (il misterioso sposo di Cana di Galilea) con il Cristo Salvatore, quello annunciato da Mosè e dai profeti: “Ho trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti, Gesù, il figlio di Giuseppe di Nazaret” (Gv 1,45).

Il Vangelo, di cui cercheremo di penetrare i misteri, è quello dell’incontro dell’uomo con Dio – un incontro imperdibile, che cambierà non solo il cuore di Natanaele e di Filippo, che lo hanno chiamato fin dall’inizio, ma anche di tutti coloro che hanno seguito il Signore nell’apostolato.

Prima di lasciare la Giudea, dove viene battezzato, per recarsi in Galilea ad annunciare il Vangelo alle genti, Cristo è seguito dai discepoli di San Giovanni il Precursore, che li esorta a fare altrettanto: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29). Una serie di incontri sorprendenti, che ci vengono proposti sia dagli evangelisti sinottici sia dall’apostolo Giovanni, mostrerà l’inizio dell’opera di salvezza del genere umano.

Il Signore incontra per la prima volta Filippo, dicendogli: “Seguimi; Filippo era di Betsaida, città di Andrea e di Pietro (At 1, 43-44) – i primi chiamati da Cristo. Filippo è colui che incontra Natanaele, anch’egli discepolo di San Giovanni Profeta; essendo un fedele ebreo e un conoscitore della Legge, gli parla con un linguaggio scritturale (Gv 1, 45), che non poteva non toccare in verità il suo cuore. Gli ebrei sapevano che il Messia sarebbe nato a Betlemme di Giudea, figlio del re Davide: da qui la delusione di colui che sarebbe diventato apostolo, quando sentì che il chiamato era di Nazareth.

“Filippo gli disse: Vieni e vedi” – questo diventerà l’argomento più potente nella predicazione della fede, non è la parola che risulta vincente, ma il vedere e il vivere diventa l’argomento ultimo che cambia i cuori assetati di verità.

“Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele” (Gv. 1,49).

L’incontro di Cristo con Natanaele è unico, potente e bellissimo. Il Signore non gli lascia tempo per le domande, sapendo che non può venire da lui, va da Natanaele fin dall’inizio e gli fa una rivelazione spirituale: “Ecco davvero un israelita in cui non c’è malizia (In. 1, 47). Cristo compie anche un miracolo, rivelandogli qualcosa dell’infanzia dell’uomo che cambierà per sempre il suo cuore: “Prima di chiamarti Filippo, ti ho visto quando eri sotto il fico (Gv. 1, 48).

Gli esegeti hanno visto in questa misteriosa rivelazione che Filippo, da bambino, era stato nascosto dalla madre sotto un albero di fico, per non essere ucciso con i quattordicimila neonati che hanno dato la vita per Cristo. Colui che non ha dato la sua vita trent’anni fa, oggi darà pienamente il suo cuore: qui si nasconde il mistero del Vangelo con cui ci mettiamo in cammino.

Il pentimento – la conversione silenziosa

C’è un altro significato approfondito nella grazia della rivelazione di Cristo. L’albero del fico rappresenta l’Antica Legge, ma anche, secondo alcuni padri, l’albero della conoscenza del bene e del male – con frutti dolci, sciropposi, appiccicosi e attraenti, da cui i passi del peccato e della caduta. Ti ho visto quando eri sotto il fico, non significa altro che essere sotto l’ombra della legge che ruba, una legge che è stata data da Dio solo per preparare la venuta di Cristo.

Natanaele prova un pentimento (un cambiamento di rotta – una conversione) e pronuncia una delle più belle confessioni del Nuovo Testamento su Cristo: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re d’Israele (At 1,49).

È una confessione meravigliosa, profonda, dogmatica (come la domenica che stiamo vivendo) – una confessione del Cristo vivente. Natanaele era un israelita senza malizia, onesto, retto, integro, senza pregiudizi. Non appena il Signore gli ha fatto una profonda rivelazione (che, tra l’altro, valeva solo per lui – il Signore conosce il cuore di tutti) è stato immediatamente cambiato, il suo cuore si è aperto e ha confessato Cristo.

Il Signore aggiunge un’altra rivelazione, oltre alla confessione di Natanaele (quella fatta molto prima di quella di Pietro) – “In verità, in verità vi dico che d’ora in poi vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo -. Capiremo che Colui che è sceso ad assumere la carne umana, Lui, il Figlio dell’uomo, non è altro che il Figlio di Dio incarnato, il vero Dio, che viene a darci la vita.

Convinzione e conquista

La chiamata all’apostolato dei primi discepoli fu un segno dello straordinario potere di persuasione che aveva il Cristo Salvatore. Ma non fu la forza a convincere, bensì la grazia, attraverso la libertà di ciascuno, a farsi operatrice.

La libertà è l’immagine di Dio nel cuore umano, un’immagine che Cristo non deformerà o cambierà con la coercizione. Questo è il modo in cui Dio lavora con noi ancora oggi. Il Signore ci parla (attraverso i santi), ci mostra (con l’esempio della vita), ci rivela (con il tocco della grazia), ma non si impone mai, come non si impose a Natanaele. Cristo ha la chiave della porta del nostro cuore, ma solo con la nostra accettazione può aprirla, mai forzandola: Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20).

Quanto più grande è la costrizione dell’uomo nella vita, tanto più la convinzione scompare completamente. La costrizione vince, ma non convince mai! Più impariamo a impoverirci di inutili costrizioni, più ci arricchiremo di convinzioni di vita, ci insegna Cristo.

Ortodossia e Ortoprassi

Oggi celebriamo il trionfo dell’Ortodossia, che significa molte più cose e più profonde della fede, perché la fede va anche vissuta, non solo confessata.

Ortodossia significa corretta fede, ma anche corretta comprensione, corretta opinione, e ancora corretto culto, corretta vita, e corretta venerazione, corretta rappresentazione (iconografia), ma anche corretto canto (innografia), corretta devozione (ascesi), ma anche la cosa più importante di tutte: il corretto esame di sé (discernimento – la virtù di tutte le virtù, come la vedevano i padri nel deserto d’Egitto).

Considerando questi elementi e prendendoli a cuore, comprendiamo che l’Ortodossia è anche la corretta visione di Dio, che guida anche il nostro pensiero e la nostra contemplazione come esseri costruiti a immagine e somiglianza di Dio; guida la nostra crescita spirituale e la glorificazione di Colui che ci ha dato la vita; guida il nostro bisogno e il nostro pentimento, ma anche l’ascesi e la preghiera, la fede e la vita autentica.

È così che comprendiamo le parole di padre Rafail Noica, il quale afferma che “l‘Ortodossia non è altro che la natura dell’uomo” – così come ci è stata resa nota attraverso il Dio-Uomo, Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente.

Il cielo della Chiesa – Il cielo della Quaresima

Oggi i nostri cuori esultano, perché portiamo nel cuore i sigilli dell’Ortodossia, ma non dimentichiamo che nessuno è veramente ortodosso se non digiuna, se non prega, se non è nel bisogno, affinché il nostro volto sia come il volto di Cristo e della Madre di Dio.

Siamo alla ricerca della luce increata di Dio e sul volto di ciascuno di noi (ri)appare, attraverso il pentimento, l’icona secondo la quale il Signore ci ha creati nel Giardino del Cielo. Comprendiamo, tuttavia, che il nuovo paradiso ci viene aperto (solo) nella Chiesa – dove abbiamo il nuovo albero della vita, che Adamo ed Eva non hanno mai assaggiato. Nella Chiesa, il Signore si rivela a noi nell’immagine della sua Parola, nell’immagine del suo Corpo e del suo Sangue, che portano nuova vita – una nuova dimora, una nuova Creazione.

Oggi si conclude la Domenica dell’Ortodossia, ma non dimentichiamo che tutti i quaranta giorni di digiuno, e tutta la nostra vita, sono il vero vivere dell’Ortodossia e il desiderio profondo di tutti noi che attraverso il digiuno e la preghiera, attraverso l’ascesi e il pentimento, attraverso il cambiamento della nostra vita, la nostra natura possa (ri)acquisire il Paradiso che Adamo aveva perso.

Cerchiamo dunque, in questo primo luogo di riposo spirituale, di diventare icone del Signore Cristo, così come Lui è icona di Dio Padre. Oggi ognuno di noi è chiamato, soprattutto in questa Quaresima, a diventare un’icona vivente dell’Ortodossia “affinché vedendo le nostre opere buone, glorifichino il Padre nostro che è nei cieli” (Mt 5,16).

La prima tappa ci ha mostrato la gioia della vittoria, riprendiamo con coraggio il cammino, perché è lungo!

L’Ortodossia ha vinto, ma impariamo a mantenere viva questa vittoria, perché non ci venga mai tolta!

† Atanasie di Bogdania