Sermone | 34ª domenica dopo Pentecoste | Del ritorno del figliol prodigo

Il mistero del figlio perduto e ritrovato

Vangelo secondo Luca 15, 11-32

In questa seconda domenica del Triodio, ci addentriamo con coraggio in un nuovo viaggio, che ci presenterà una parabola dai molti insegnamenti spirituali – davvero la parabola della nostra vita, dove incontriamo la caduta dolorosa, ma anche la risalita, la perdita di ciò che è più caro, ma anche il recupero, il perdono che guarisce il passato e la gioia del ritorno, che ci pone alla destra del Padre Celeste.

Stiamo entrando nella seconda delle quattro domeniche che segnano le tre settimane di preparazione spirituale, dopo le quali entreremo nelle sette settimane della Santa e Grande Quaresima – un digiuno di preparazione, un digiuno di pentimento, un digiuno di ritorno a Dio (il Padre amorevole, come nella parabola di oggi) e di rafforzamento spirituale, per comprenderlo più profondamente nel suo grande mistero, che è quello del dono di sé, del sacrificio redentivo, della morte e della risurrezione del Salvatore Cristo.

Siamo nel cuore del Vangelo di Luca, Cristo è verso la fine del suo viaggio in Galilea, predicando instancabilmente, mentre a Lui „tutti i pubblicani e i peccatori, venivano ad ascoltarlo (Lc. 15, 1) e „i farisei e gli scribi mormoravano, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con essi” (Lc 15, 2). Come risposta (e quanto sarà profonda), il Salvatore porrà davanti a loro tre parabole, di cui la parabola del figliol prodigo è l’ultima e arriva dopo altre due: la parabola della pecora perduta (e ritrovata) e la parabola della dracma perduta (e ritrovata). Alla fine, il Signore aggiunge la parabola più toccante e spiritualmente commovente, quella del figliol prodigo – perduto (e ritrovato) dal Padre celeste.

La pecora smarrita e l’anima perduta – la pecora ritrovata e il cuore guarito

Per l’uomo comune, il pastore della Giudea, le cose che lo legano alla terra e alla patria sono le più preziose, da qui la parabola della pecora smarrita, che era anche l’unica fonte di esistenza per colui che viveva in armonia con il gregge affidatogli, colui che „lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella smarrita finché non la trova” (Lc 15,4). Il Signore si nasconde nel semplice dolore di chi perde la sua fonte di esistenza, il dolore di Dio, per un’anima peccatrice (sempre la nostra!) che vaga, e va a cercarla, e trovandola „se la carica sulle spalle, rallegrandosi” (Lc 15,5).

Luca, un evangelista così particolare, ci mette davanti anche una seconda fase della perdita, quella che porta al ritrovamento, parlando della donna che perde una dracma e cerca in tutta la casa finché non la trova. Dopo aver presentato una parabola o un miracolo in relazione a un uomo, l’apostolo Luca ne aggiunge un altro, in relazione a una donna – nutrendo un amore straordinario per i poveri e per coloro che la società del tempo emarginava e teneva in una posizione sempre inferiore.

Per la donna che ha lavorato duramente per guadagnare le dieci dracme, cosa c’è di più prezioso che ritrovare la dracma che aveva perso, – e per il Signore, cosa c’è di più doloroso dell’abbandono del cuore sempre errante – il cuore in cui non c’è più posto per Colui che ci ha dato la vita? Ma dopo aver trovato il tesoro perduto, come il Signore trova il cuore perduto, dice a tutti: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato il tesoro che avevo perduto” (Lc 15,9).

Dopo queste due parabole, proposte per intenerire il cuore degli ebrei in ascolto, Cristo propone un’altra parabola fondamentale per la comprensione del Vangelo: quella del figliol prodigo. La parabola racconta di un figlio che si allontana da casa, sperpera le ricchezze ricevute dal padre (la grazia ricevuta da tutti noi al momento del Battesimo, seguendo la via della caduta), ma alla fine torna dal padre, che lo perdona e lo riveste di nuovo della veste della grazia (quella sperperata fin dall’inizio), questa volta rinnovata attraverso il perdono, l’amore e la benedizione.

La parabola del Padre Misericordioso

Sebbene la parabola porti il nome del figliol prodigo, un nome più radicato nella grazia sarebbe quello del Padre Misericordioso e Amorevole, poiché il significato più autentico è rappresentato dal perdono del padre oltremodo amorevole e che perdona ogni cosa. Tutti noi, in sostanza, nel cammino del Triodio siamo figli prodighi, e il padre è il Dio misericordioso, colui che ci perdona e ci restituisce al seno della Chiesa. Questo è anche il cammino quaresimale a cui ci stiamo preparando: risalire dalla caduta delle passioni, fino alla redenzione della grazia di cui abbiamo fame e sete.

Scopriamo, dunque, Dio Padre, che vede uno dei suoi figli perduto (è ciascuno di noi), smarrito e vagante, ma non lo rinnega. Dio si mostra sempre misericordioso, non avendo anime da perdere, ma solo da guadagnare, verso la salvezza e la vita eterna.

Se vogliamo approfondire ulteriormente il significato, possiamo parlare della parabola del figlio perduto e ritrovato – tra le tre parabole, nel 15° capitolo, c’è un collegamento ontologico e di crescita spirituale – la pecora, la dracma e l’uomo – così come il vagare dei sensi che dovrebbero sempre portare gloria a Dio – cuore, anima e mente (spesso persi nel cammino della vita e ritrovati attraverso il digiuno, la preghiera e l’ascesi).

Ribellione interiore – amore tradito

Il figlio minore, attorno al quale ruota il Vangelo di oggi, mostra il tragico percorso dell’uomo dalla nascita all’incontro con il Signore – caduta, pentimento, risalita e poi ritiro tra le braccia del Padre.

Tutto inizia con una ribellione interiore e un atto oltraggioso: chiedere l’eredità al Padre, che è ancora vivo. Chiede questa eredità (in quanto figlio minore, secondo le indicazioni di Deuteronomio 21, gli spettava la terza parte del totale, mentre le altre parti spettavano al fratello maggiore), come se il padre fosse già morto – il rifiuto dell’umanità di prendere parte alle nozze mistiche di Dio – l’uomo ha il suo amore terreno e non desidera quello divino – „ha sperperato i suoi beni, vivendo nella fornicazione” (Lc 15,13).

L’eredità si riceve in dono dopo il ritorno dei propri genitori al Signore. Chiedere l’eredità prima del tempo dovuto significa, di fatto, dire: dammi l’eredità, la mia parte, perché tu non esisti più per me. È una tacita rottura del legame tra padre e figlio. Approfondendo il significato della parola eredità, βίος in greco,  tradotto in italiano con il termine vita, vediamo che la vita viene in realtà richiesta da sola e così si spezza il legame dell’umanità con Dio.

Qui si nasconde l’immagine dell’uomo contemporaneo, per il quale la presenza di Dio è inquietante, che ha bisogno di ricevere da Lui solo vita in abbondanza, benessere eccessivo, che lo allontani dalla fede e dalla vera vita.

Il Padre accetta di dare una parte dell’eredità, anche se questa richiesta del figlio caduto significava che il Padre era già morto – Dio assume la morte fin dall’inizio, affinché l’uomo possa gustare la vita al suo ritorno.

Eredità – rottura del legame con Dio

L’audacia del figlio minore è fuori dal comune, è veramente folle, perché l’eredità può essere ricevuta solo quando il padre muore. Qui si nasconde il difficile rapporto tra l’uomo, modellato a somiglianza di Dio, e il suo Creatore, che gli dà la libertà che può tradire e portare alla sua rovina.

Quali sono i doni ricevuti dal Padre? Vita, amore, bontà, bellezza, intelligenza, ma soprattutto grazia. Il prodigo abbandona il Padre e si allontana da lui „in un paese lontano” – il mondo decaduto e privo di grazia. Il Paradiso è perduto (e quanto sarà difficile riconquistarlo – Dio dovrà assaggiare la morte con cui è stato sigillato dall’uomo attraverso il tradimento, chiedendogli la sua eredità immeritata ma donata gratuitamente).

Alla fine, il figlio sprovveduto sperpera tutte le sue ricchezze, tutti i doni e le grazie che ha ricevuto da Dio, „vivendo nel godimento” – arriva alla crisi dell’angoscia inestinguibile – la fame inestinguibile di grazia – „Tutti i dipendenti in casa di mio padre hanno cibo in abbondanza, io invece qui muoio di fame!” (Lc 15,17)

La disobbedienza ai comandamenti del Signore (immagine della caduta di Adamo ed Eva, che si escludono dal Paradiso per la tragica disobbedienza e l’incapacità di chiedere perdono) porta alla perdita della comunione con Colui che è la fonte della Vita. La terra remota dove l’uomo decaduto assapora la vera carestia e dove ogni uomo vive in compagnia dei porci, mostra difatti la compagnia degli angeli decaduti, coloro che sono diventati ostili e nemici dell’uomo, in un mondo che mangia solo paglia e spine – nulla potrà placare la sete e la fame dell’uomo decaduto – „mangeranno, ma non saranno sazi” (Os 4,10).

Ritorno a sé – l’inizio del pentimento

Il significato della parabola di Cristo rimane il pentimento silenzioso che intenerisce il cuore del Padre – un vero tesoro! Il pentimento è l’unica cosa che può cambiare il cuore del Signore, che è vinto dall’amore.

Il pentimento del figlio è grande quanto la sua caduta, riuscendo a rimettere tutto a posto su un sentiero di salvezza – „Padre, ho peccato in cielo e davanti a te” (Lc 15,18) – colui che aveva disprezzato l’amore di Dio e rifiutato le sembianze di Colui che gli aveva dato la vita, rinsavisce. „Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Fammi diventare uno dei tuoi mercenari” (Lc 15,19) – il pentimento si mostra sempre come ciò che restituisce all’uomo la grandezza perduta in cielo, rendendolo di nuovo figlio a immagine e somiglianza di Dio.

Il padre vede il figlio „ancora lontano” (Lc 15,20), all’inizio del cammino di pentimento, è un vero ritorno al Cielo. Ha pietà di colui che ha perduto (il Dio misericordioso e longanime) e gli corre incontro per abbracciarlo – Dio Padre è colui che ha il cuore di una madre amorevole.

Visto attraverso il prisma dei costumi del tempo, il vecchio Padre si umilia, dal punto di vista delle prescrizioni ebraiche dell’Antico Testamento, – si umilia – cosa che non gli sarebbe stata permessa dall’Antica Legge – correndo (correndo a salvare l’uomo) incontro a colui che si è perso fuori dal villaggio, correndo (Dio è sempre ansioso di compiere l’economia della salvezza) per evitare l’eventuale punizione del figlio – secondo il testo del Deuteronomio (XXI, 21), un figlio ribelle doveva essere lapidato (che antinomia, la morte – come premio dell’uomo di fronte alla vita – premio di Dio).

Il padre lo prende sotto la sua ala, lo cinge al collo, lo bacia, lo prende sotto il suo mantello (il mistero del monachesimo, dell’adozione per grazia), lo porta a casa e fa una grande festa – una cena di gioia incommensurabile – un rinnovamento delle nozze di colui che non si è compiuto fin dall’inizio (ma che si è compiuto nella grazia, perché più grandi sono le nozze del pentimento). Qui si nasconde un profondo gesto di protezione, affinché il figlio non venga ucciso, affinché non venga applicata la legge mosaica per la sua ribellione, la sua impudenza, il suo tradimento, che è imperdonabile per l’uomo – Dio prende su di sé tutto il peccato. Una volta preso sotto il mantello, il figlio diventa uno con il Padre, non più due – l’umanità è di nuovo unita alla Divinità – il mistero della salvezza eterna (le braccia del Padre, e non è questo il canto mistico dei monaci?).

L’amore incommensurabile del Padre

Sant’Atanasio il Grande, nella sua esegesi, traduce così splendidamente l’amore incommensurabile del Padre amorevole, che calpesta la legge (che comandava la punizione) per far prevalere l’amore (che esigeva il perdono):

„Il Padre non lo riceve come uno dei suoi, né lo tratta come un estraneo. No, ma lo bacia come un figlio. Lo riceve come uno che è morto e risorto. Gli offre il banchetto divino e gli dona la veste preziosa che indossava un tempo. Ora nella casa del Padre si canta e si gioisce. Ciò che è accaduto è frutto della grazia e dell’amorevolezza del genitore. Non solo riporta il figlio dalla morte, ma attraverso lo Spirito Santo mostra anche la sua grazia. Per sostituire la malvagità, lo riveste con un abito di empietà. Per soddisfare la fame, macella il vitello grasso. Gli mette i calzari ai piedi perché non si allontani più. Ma soprattutto gli mette al dito l’anello del sigillo divino. Con tutto ciò lo genera di nuovo a immagine della gloria del Signore Gesù Cristo”.

Nel momento in cui il giovane comprende la follia che ha commesso, rinsavisce e si avvia verso il pentimento, il mistero dei misteri e la più alta opera spirituale. Questo stato si dimostra gradito agli occhi di Dio: è il momento in cui il Signore abbraccia l’uomo, icona del mistero dell’amore.

Il pentimento è sempre il momento dell’incontro autentico e imperdibile tra l’uomo e il suo Creatore – questa volta, attraverso l’immagine del Figlio del Redentore, l’umanità ha saputo rispondere alla chiamata del Re, che ci darà anche la veste degna per entrare alle nozze del pentimento.

Portate subito la sua prima veste, vestitelo, mettetegli un anello in mano e dei calzari ai piedi; portate il vitello grasso, macellatelo e rallegriamoci quando mangiamo, perché questo mio figlio era morto ed è risorto; era perduto ed è stato ritrovato”. Ed essi cominciarono a rallegrarsi”. (Lc 15, 22-24)

L’accoglienza del figlio all’alba del pentimento non è altro che la copertura del Padre amorevole per la violazione del comandamento da parte del figlio minore, duramente punita dalla Legge dell’Antico Testamento;

Indossare la veste nuova mostra la restaurazione della figliolanza, l’adozione mistica, la rinuncia alla grazia perduta con la disobbedienza. Una vera e propria resurrezione, che sostituisce la veste della malvagità (questo mondo) con la veste della riparazione (il Regno che verrà);

Le scarpe nuove mostrano il vincolo della fermezza: il figlio non lascerà mai più la casa, non abbandonerà mai più il regno promesso, rimanendo sempre nella grazia;

L’anello mostra il sigillo del dono dello Spirito Santo (la mistica unzione con il Santo Miron) – una rievocazione del battesimo, ma anche un rafforzamento del pentimento sempre attivo e vivo;

Il vitello grasso, il sacrificio espiatorio per il perdono dei peccati del figlio – la vera Eucaristia, che, ricevendola, fa rinascere colui che si è perduto, a immagine della gloria del Signore Gesù Cristo. In questa parabola non manca neppure il Salvatore, sempre nascosto in una presenza misteriosa: il Padre compie la redenzione del figlio perduto attraverso il sacrificio del Figlio, l’Unico.

Il mistero della teofania

Nel Vangelo di oggi troviamo anche una vera e propria teofania scritturale: ci vengono rivelati Dio-Padre, Amorevole e Misericordioso, Dio-Figlio che si sacrifica per essere Sé stesso (espiazione eterna), Colui che toglie il peccato del figlio prodigo, e Dio-Spirito Santo, attraverso la veste (ma anche l’anello ricevuto) con cui viene (ri)vestito il giovane perduto e ritrovato.

Dio Padre si mostra inseparabile dal suo amato Figlio e dallo Spirito Santo nell’opera di salvezza dell’uomo decaduto.

Il secondo figlio

La parabola di oggi ci svela anche il mistero di un secondo figlio, quello obbediente, doveroso e laborioso, ma che si lascia portare via dallo zelo della giustizia. Il Padre che ha due figli si rivela essere Dio, il Padre celeste. I due figli rappresentano, per la maggior parte dei Santi Padri, il mondo angelico e l’umanità decaduta. Altri esegeti hanno visto in loro – il popolo amato Israele, che ha osservato la Legge e i Profeti, – così come le nazioni pagane, che hanno conosciuto la caduta e l’allontanamento da Dio, ma anche il pentimento.

I due figli, però, possono anche essere paragonati a due tipi di anime: l’uomo che conosce la grande caduta, ma anche il perfetto pentimento (molti santi hanno percorso questa via – l’apostolo Paolo era un grande persecutore prima della sua conversione) e quelle anime che si trovano sempre su una via di mezzo, ben ferma nelle cose spirituali, ma che non riescono a fare un passo in più verso le altezze della vita più elevata e divina, tutto sembra essere guidato (solo) dalla legge e dalla giustizia. L’amore, invece, si mostra come ciò che abbatte il muro della giustizia e della legge.

„Ma il Padre gli disse: „Figlio, tu sei sempre con me e tutti i miei beni sono tuoi” (Lc 15,31).

Pietro Crisologo interpreta bene il comportamento del secondo figlio e solleva molti punti interrogativi: „Tutti i miei beni sono tuoi”. Cosa significa? La legge, i profeti, il tempio, il sacerdozio, i sacrifici, il regno e i doni sono tuoi, e il dono più grande di tutti è questo: La nascita di Cristo. Poiché per gelosia volete distruggere vostro fratello, non siete più degni di entrare nel banchetto del Padre e di goderne”.

E poi aggiunge: „Il fratello maggiore, il figlio maggiore che viene dal campo, che rappresenta il popolo della Legge, sente i canti e le danze nella casa del padre, ma non vuole entrare. La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi (Lc 10,2).

Le braccia del Padre non ci lasciano mai

Il messaggio più profondo della parabola di oggi è che non possiamo assumere veramente la nostra figliolanza se non abbiamo Dio non come legislatore, ma come Padre misericordioso e amorevole. Il Padre di nostro Signore Gesù Cristo, che manda il suo amato Figlio nel mondo per incommensurabile amore verso di noi (i caduti) affinché „chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Gv 3,15).

Al centro della parabola c’è un sacrificio, un vitello che viene ucciso, così come alla fine della Grande Quaresima c’è la Croce della crocifissione di Cristo, da cui sgorga il Sangue che ci darà la vita nuova.

Dio, che ama, è Padre (per eccellenza) perché ha un Figlio obbediente, che si sacrifica per noi e per la nostra salvezza. La paternità e la figliolanza sono ontologicamente legate al sacrificio, all’amore come sacrificio supremo.

Per capire veramente Dio Padre, l’amore deve essere compreso nella prospettiva della misericordia e del sacrificio, perché dove non c’è sacrificio non può esserci vero amore.

La parabola dell’amore – La parabola del pentimento

Ognuno di noi porta il marchio del figlio perso in questo mondo, ma è stato redento e ritrovato dal Padre misericordioso e perdonatore. Oggi il peccato è cancellato, perché abbiamo scoperto l’amore mistico del Padre, che agisce contro tutti i principi del tempo e dello spazio e si umilia davanti a tutti, mostrandoci che, dopo la lezione di umiltà a cui siamo stati chiamati domenica scorsa, dobbiamo apprendere la lezione dell’amore e del perdono in questo arduo cammino verso la Risurrezione.

Siamo ancora all’inizio del nostro cammino e il percorso è lungo, ma siamo già chiamati a coltivare la massima umiltà, il pentimento, la preghiera, il perdono e la gentilezza, nutrendoci della vera Vita, il Corpo e il Sangue del Signore, che cancella ogni macchia delle nostre cadute.

Attraverso il pentimento scopriamo l’amore incarnato, cambiamo il cuore del Padre che ci aspetta con instancabile pazienza e riprendiamo a camminare sulla via del Regno!

Cerchiamo il pentimento con tutte le nostre forze. Solo esso cambierà veramente il nostro cuore!

† Atanasio di Bogdania