Domenica 14 dopo Pentecoste | La parabola delle nozze del figlio del re – Il matrimonio dell’umanità con Cristo – Il matrimonio dei matrimoni

Vangelo secondo Matteo 22, 2-14″Il regno dei cieli è simile a un re che ha fatto una festa di nozze per suo figlio” (Mt. 22, 2)

Due evangelisti intrecciano le sagge interpretazioni, rivelate dalla parabola pronunciata dal Salvatore Cristo: una volta a casa di un fariseo, durante una cena (Luca), e l’altra volta di fronte agli ebrei che lo tentavano nel tempio con molte domande, cercando di coglierlo in fallo, poco dopo la sua entrata a Gerusalemme (Matteo).

Cena e Matrimonio mistico, tavola di grazia e gioia, la storia d’amore (ancora in corso) tra Dio Padre, che unisce il Suo amato Figlio, l’Unigenito, con l’umanità, chiamata alla felicità eterna. Liturgia celeste, che inizia qui sulla terra, per condurci nel Regno eterno, questo è il filo rosso con cui viaggiamo nelle due narrazioni bibliche per comprendere la parabola delle nozze del figlio del re.

Il popolo amato – il matrimonio mistico

Guardando la narrazione di Matteo, oggi presentata dai Padri della Chiesa, comprendiamo che Colui che prepara il banchetto non è altri che il Padre celeste, l’eterno Re. Il banchetto, adombrato dalla grazia, è un matrimonio per il Figlio di Dio – Cristo, che si fidanza con la Chiesa, per la quale ha versato il Suo sangue sulla Croce. La Divinità si unisce all’umanità – questo è stato sempre il pensiero senza fine che ha mosso l’intera opera dell’universo.

Il Padre invia messaggeri (i suoi angeli, ma anche i profeti e tutti i giusti che hanno sofferto nel corso dei secoli), per chiamare alle nozze gli eletti, non tutta l’umanità (in principio), solo coloro che potevano comprendere il mistero dell’amore divino (così tradito lungo la storia), che il Signore ha sempre mantenuto vivo con una pazienza incrollabile attraverso tutti i santi che, dai tempi antichi, Gli sono stati graditi.

Il matrimonio del Figlio – il giorno della pienezza

Oggi è il giorno in cui il sogno di coloro che hanno atteso il tempo dell’arrivo del Messia, per essere con Lui nell’eternità, si avvera. Tutti coloro che hanno fame di giustizia sono chiamati oggi alle nozze della giustizia, tutti coloro che hanno sete di verità gioiscono davvero, oggi tutti coloro che hanno desiderato la salvezza ricevono la pienezza della grazia.

Tutti coloro che hanno sofferto duramente, sono stati perseguitati, imprigionati, hanno sofferto in misura inimmaginabile, solo per evitare che l’attesa di Cristo nel mondo, lo Sposo divino, si perdesse (e quanto è difficile mantenere viva questa fiamma che spesso sembra spegnersi) – oggi entreranno nel mistero dell’amore e della ricompensa eterna e illimitata.

Tutti quei profeti che “sono stati lapidati, torturati, tagliati con la sega, sono morti trafitti dalla spada, hanno vagato in pelli di pecora e di capra, bisognosi, angustiati, maltrattati” (Ebrei 11, 37) – non hanno mai abbandonato la loro fede e il loro destino – “essi, dei quali il mondo non era degno, hanno vagato nei deserti, nei monti, nelle grotte e nelle fessure della terra. E tutti questi, essendo testimoniati per la fede, non hanno ricevuto l’adempimento della promessa” (Ebrei 11, 38-39).

Perché?! – “Poiché Dio aveva preparato per noi qualcosa di meglio, affinché non fossero resi perfetti senza di noi” (Ebrei 11, 40)

Oggi è il giorno in cui il Signore ci chiama a questa perfezione – oggi, siamo tutti chiamati alle nozze per eccellenza, alle nozze di Cristo con l’umanità.

Gerusalemme, il luogo sacro dell’incontro tra Dio e l’uomo.

Il popolo amato, nel quale si è compiuta l’incarnazione del Salvatore Cristo, quella piccola comunità di persone in un universo pagano che ha saputo mantenere viva la connessione con il Creatore del mondo, sono i primi chiamati alle nozze per eccellenza – sono chiamati alla felicità perfetta, alla libertà (finalmente!), alla gioia completa, alla pienezza, alla vita eterna, all’ora della ricompensa eterna che non avrà mai fine.

Il rifiuto è doloroso, l’evangelista Luca porta le argomentazioni che separano l’uomo (sempre in una giustificazione che non convince) da Dio, “e cominciarono a scusarsi uno dopo l’altro” (Lc. 14, 18). Tutti coloro che sono stati chiamati si sono scusati (“essi, senza badare, se ne andarono: uno al suo campo, un altro al suo negozio” – Mt. 22, 5), tutti si sono dimostrati più attaccati alla terra di questo mondo che alla terra della promessa celeste. Vinti dalle preoccupazioni mondane, privi di partecipazione spirituale, assetati di ricchezza, vinti dall’amore carnale (Lc. 14, 20), si sono mostrati lontani dalla santità del volto di Colui che li ha chiamati alle nozze.

L’uomo firma la sua condanna, il suo rifiuto così categorico di entrare nella gioia delle nozze. L’amore è sconfitto dalla legge – “noi abbiamo una legge e secondo la nostra legge Egli deve morire” (Giovanni 19, 7) – affinché l’uomo sia liberato dalla legge e conosca l’amore. Quanto aveva ragione Giovanni, quel vangelo dell’amore, apostolo dell’amore segreto, quando diceva: “perché tutto ciò che è nel mondo, la concupiscenza della carne e la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non è dal Padre, ma è dal mondo” (1 Gv. 2, 16).

„Il matrimonio è pronto, ma coloro che erano invitati non erano degni” (Mt. 22, 8)

Forse oggi queste parole risuonano anche per noi, per ogni persona intrappolata nell’onda delle preoccupazioni di questo mondo, a discapito della voce mistica della liturgia che ci chiama a unirci, attraverso i Santi Misteri, all’immagine del matrimonio celeste con Cristo, che attende con impazienza di nascere (anche) nei nostri cuori?

Se il Signore non ha mostrato pietà per coloro che erano impietriti nella vecchia legge, come avrà pietà di coloro che hanno disprezzato la nuova legge della grazia? Non siamo forse coloro che si trovano all’incrocio delle strade, al di fuori della città e della fede di Israele, coloro che hanno ricevuto in dono il Vangelo di Cristo e che oggi sono chiamati al banchetto del Re – la Divina Liturgia?

“Quindi andate alle intersezioni delle strade e quanti ne trovate, chiamateli alle nozze” (Mt. 22, 9)

Il Vangelo ci fa capire che c’è ancora spazio (oggi e anche domani) nel Regno eterno, c’è ancora posto al banchetto del Re, c’è ancora posto nel gruppo degli amati dello Sposo – e tutte le nazioni sono chiamate a gustare il mistero della fede e della buona notizia. Qui è nascosta anche una profezia dell’evangelizzazione universale, la Parola viva che è portata come cibo a tutte le nazioni al di fuori delle porte di questo meraviglioso banchetto – da lì ha inizio la salvezza.

Il mistero celeste, l’amore del Signore, trionfa sempre: tutte le nazioni, i pagani, gli idolatri sono invitati alle nozze del Signore, al banchetto della Santa Liturgia, dove si rivela il Regno dei Cieli. Tutti si mostrano figli di Abramo (per la carne), tutti sono chiamati al divino banchetto (per la grazia) – senza aver fatto alcuno sforzo! – Cristo si dona senza misura e prende su di sé tutta la nostra debolezza, con un amore senza misura.

L’ora della cena – l’ora del giudizio

Il banchetto a cui il Padre ci chiama oggi avviene alla fine della giornata (dei secoli), al crepuscolo del primo tramonto, dopo che il tempo della storia è giunto al termine, cioè il tempo di questo mondo decaduto, il tempo del lavoro per la salvezza, il tempo escatologico – là è chiamato il popolo di Israele, ma anche tutti coloro che non avrebbero dovuto tradire l’amore nascosto di Dio, per gioire delle nozze eterne. “Amico, come sei entrato qui senza avere l’abito nuziale? Egli però tacque” (Mt. 22, 12)

Matteo, l’Apostolo, attira la nostra attenzione su un dettaglio che ci fa riflettere – Dio (il Re) entra a cena, chiudendo le porte, e guarda l’umanità chiamata a tavola, faccia a faccia – il Creatore che entra nel mistero dell’amore perfetto con la sua creazione – ma uno dei commensali non indossava l’abito nuziale ed è cacciato fuori.

Ogni re onorava i suoi ospiti con abiti pregiati, affinché tutti splendessero come stelle nella gloria. Tutti i commensali, prima di essere invitati a cena, passavano per il guardaroba imperiale, dove ricevevano i vestiti più belli, era una vergogna (e un confronto diretto) presentarsi di fronte al Signore vestiti di abiti consumati, logori – l’abito del peccato.

“Dammi un vestito luminoso, Tu che Ti rivesti di luce come di un vestito, o Cristo misericordioso nostro Dio” – cantiamo ad ogni battesimo, quando siamo vestiti nell’abito della grazia celeste per l’eternità.

Un vecchio racconto cristiano, proveniente da Ravenna, racconta che coloro che si preparavano al battesimo, i catecumeni, una volta ricevuto il battesimo, durante il meraviglioso canto in cui si chiedeva l’abito luminoso, venivano condotti e posizionati nella cattedrale, alla destra del trono imperiale – era il momento culminante, attraverso il battesimo siamo adottati e stiamo (veramente) alla destra dello Sposo, al tavolo dell’Imperatore (non è forse questo ciò che chiese Salomè, madre dei figli di Zebedeo?).

Chi è privo dell’abito di grazia, oggi, al matrimonio descritto da Matteo, è colui che ha rifiutato (ed è l’immagine dell’uomo che sempre rifiuta) l’abito del re – quello dato gratuitamente! – ma guadagnato a un così grande prezzo, quello del Sangue versato sul Golgota per la nostra salvezza.Top of Form

Liturgia – Il matrimonio eterno che dimora in noi

Dal battesimo in poi, portiamo in noi, operante, il “Sigillo del Dono dello Spirito Santo” – siamo vestiti con un manto imperiale e chiamati al banchetto celeste. Questo sigillo ha marcato i nostri sensi come un pegno per crescere nella partecipazione alle cose celesti, vedere le cose di Dio, udire e comprendere la parola di Cristo, percepire l’odore della buona fragranza spirituale dall’alto, pronunciare parole di lode e benedizione, sentire il fuoco vivificante e salvifico della fede, lavorare per il Signore, camminare sulla Sua via e essere sempre invitati al matrimonio misterioso ed eterno, che è la Divina Liturgia.

Giungendo e vivendo la Divina Liturgia, entriamo nella Casa di Dio, a cui, nel mistero del matrimonio eterno, osiamo chiamare senza condanna, invocandolo per l’eternità: Padre nostro! Non siamo più orfani, siamo figli del Re.
O Signore, vieni con noi a tavola!

Insieme al nostro Padre, scopriamo l’amore. Non è più solo mio o tuo, è nostro, e da qui inizia il mistero. L’amore è sempre il legame nascosto che il Signore cerca instancabilmente, veramente Padre, nel riscatto di colui a cui ha donato l’immagine a Sua immagine, ma è anche l’unico che veramente placca la sete esausta che affligge l’uomo eterno pellegrino su questa terra.

L’amore (agape – αγάπη) è il cibo celeste, l’unico che muove l’intero universo e questo mondo visibile, in cui sembra che siamo intrappolati per l’eternità, è quello che rivela il banchetto della Parola che “tutto soffre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. L’amore non cade mai” (1 Corinzi 13, 8).

San Clemente Alessandrino dice in modo così bello che “di tutte le cose che cadono, la meno probabile ad essere gettata dal cielo sulla terra è l’amore, che non cade mai tra tutti questi piaceri mondani. Se ami il Signore tuo Dio e il tuo prossimo (Mc. 12, 30-31), sarai ospitato in cielo”. Quanto è bello, quale gioia più grande che gustare (e essere) in cielo anche se sei (ancora) sulla terra! E, forse, non siamo chiamati a questa gioia ogni volta?
Il Sacramento dell’Eucaristia – Il Sacramento delle Nozze

L’Eucaristia costituisce il cuore della Divina Liturgia ed è stata, fin dall’inizio della vita cristiana, il fondamento su cui si è radunata e costituita la comunità di coloro che, diventando di Cristo, figli del Re e amici dello Sposo, hanno cercato di ricevere, custodire, compiere e trasmettere il tesoro lasciato dal Signore attraverso i suoi santi Apostoli, attualizzandolo attraverso l’opera dello Spirito Santo, in ogni generazione. In questo modo, ciascuno di noi diventa sempre partecipe del Sacramento delle Nozze, della benedetta Cena che non ha mai fine.

A coloro che desiderano gustare il cibo imperiale che la Divina Liturgia rivela e condivide, Dio stesso si avvicina, esplorando e toccando il cuore di ciascuno con la brezza della grazia celeste – la gioia di essere sempre a tavola con Colui che si fa cibo vivo per la vita eterna.

Ma solo cercando con più fervore il “Regno di Dio e la sua giustizia”, “tutto il resto ci sarà aggiunto” (Matteo 6, 33). In questo modo, potremo partecipare al banchetto eterno e senza fine, al banchetto della gioia e della grazia misurata, al banchetto dell’amore che sopraffà ogni sentimento dell’anima, al banchetto che ci unisce per sempre all’immagine di Colui che ha dato la Sua vita per noi, al banchetto dei banchetti e della vita – al mio banchetto, ma anche al tuo, nella luce delicata (e infinita) della santa gloria del Padre Celeste, che ci accoglie nella Sua Regina per l’eternità.

“Ma essi lo pregavano con insistenza, dicendo: ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto’. Entrò per rimanere con loro” (Luca 24, 29).

Quanto profonda è l’evangelizzazione di oggi, queste Nozze eterne! Cristo lo Sposo si fidanza con la Chiesa, Sua Sposa, e a questo grande banchetto, c’è ancora posto per ognuno di noi. Il banchetto inizia qui, come banchetto della Liturgia, e si conclude oltre, come banchetto celeste. La Morte, che si fonde con le Nozze, diventa il passaggio dal mistero della Liturgia al mistero del Regno.

Oggi, il Signore è Colui che ci ha chiamato a questo Banchetto, oggi è il Signore che ci aspetta al banchetto mistico delle Nozze senza fine. Siamo saggi e rispondiamo con un SÌ profondo dell’anima, senza perdere l’opportunità della vita, poiché giunge il giorno, ed è ora, quando, al contrario, pregheremo il Signore di non toglierci (ancora) l’opportunità, ma di rimanere con noi al banchetto, poiché non ci rimane nulla in questo mondo, tranne l’amore che può placare la sete dell’anima afflitta.

Signore, resta con noi a tavola, fino alla fine!

† Atanasie di Bogdania