22ª domenica dopo Pentecoste | Accogliamo la povertà che ci apre il cielo | Il ricco e il povero Lazzaro

„Sei ricco? Non sono contro di te! Sei avaro? Per questo ti condanno!” – ci dice San Giovanni Crisostomo, mostrando che il peccato più grande che priva il ricco del Vangelo di oggi del Regno dei Cieli è proprio l’incapacità di essere misericordioso, l’incapacità di superare il proprio stato di comodità ed egoismo – che lo porterà anche alla condanna.

„Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2 Corinzi 8,9)

Il Signore ci vuole tutti ricchi, in un modo che difficilmente comprendiamo, per questo siamo chiamati anche oggi alla scuola dell’umiltà e della misericordia – perché in queste virtù sta la ricchezza che ci viene dall’alto. D’ora in poi tutti noi intraprenderemo un cammino che ci preparerà ad affrontare il digiuno per la festa della Natività del Signore, sensibilizzando i nostri cuori alla carità e all’amore cristiano.

Nella Sua ascesa a Gerusalemme, alla Sua sofferenza e alla misteriosa opera di salvezza del mondo, il Signore racconta dieci parabole, narrate nel Vangelo di Luca – tutte un vero e proprio tesoro che ci rivela i misteri del Regno. Tre di esse ci parlano della ricchezza di questo mondo, ma anche della misericordia, e saranno il nostro nuovo timone verso l’amore per il prossimo: la Parabola del ricco e del povero Lazzaro, la Parabola del buon samaritano e la Parabola del ricco (stolto) che è stato sfamato. In queste parabole scopriamo cos’è la vera ricchezza – l’amore per i poveri – e cos’è la vera povertà – la cecità che deriva dall’eccessiva ricchezza in cose esteriori, transitorie e deperibili.

Il vero ricco ci si rivelerà come l’uomo umile, fedele a Dio e con amore per chi è nel dolore e nell’angoscia, mentre il vero povero è colui che si è privato di Dio in questo mondo, lo ha dimenticato, lo ha messo in una grande parentesi, credendo che la felicità e il paradiso del godimento siano qui sulla terra. Il beato Agostino ha colto bene questo punto quando ha detto: „Che cosa ha un ricco, se non ha Dio? Che cosa non ha il povero, se possiede Dio?”

Le briciole che cadono dalla tavola dei padroni

San Gregorio il Dialogo ci dice che il ricco della parabola è il popolo ebraico, che non condivide il suo cibo spirituale (la Parola di Dio rivelata) con i popoli, che sono feriti dal peccato e si smarriscono. Un parallelo interessante si trova anche nell’incontro del Signore con la donna cananea, dove si parla dei cani che si nutrono delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni: questi sono i popoli che si nutrono della Parola condivisa da coloro che sono chiamati ad accogliere Cristo.

Lo stesso pensiero è sostenuto da sant’Ambrogio di Mediolanum, che insegna che i ricchi e il cibo con cui banchettano sono il popolo d’Israele e la Parola di Dio, che gli ebrei avevano fin dall’inizio – i pagani cercano di nutrirsi delle briciole (come Lazzaro), ma non ne hanno abbastanza.

„E Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia” (Genesi 15, 6)

Il volto del ricco benvoluto da Dio è mostrato in questa parabola Abramo, che viene tradotto – padre di molte nazioni – colui che era così ricco ci ha mostrato che la sua unica vera ricchezza era il suo amore e la sua perfetta obbedienza a Dio. Per questo motivo, anche il giudizio del ricco della parabola odierna è posto nelle mani di colui che ha assaporato l’amore e l’obbedienza perfetta.

Nella mano di colui il cui cuore fu trafitto come da una spada, dal dolore di portare in grembo il suo unico figlio – prefigurazione del sacrificio del Salvatore Cristo, che toglie il peccato del mondo – è posto oggi il giudizio del ricco senza pietà, ma anche il giudizio di tutti noi. Lui, il Figlio prediletto, colui che è nato prima dell’eternità, viene lasciato morire, affinché noi non assaggiamo mai più la morte. Una cosa ci chiede il Signore in cambio: il pentimento!

La voce di Abramo risuona per tutti noi: siamo stati misericordiosi, abbiamo prestato orecchio al dolore del nostro prossimo, il nostro cuore ha sofferto nel vedere tanta sofferenza?

„Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.” (Matteo 11, 28)

Lazzaro in ebraico significa Dio aiuta – e il Signore si mostra effettivamente amico dei poveri e dei malati, padre degli afflitti, stanchi e oppressi dalle difficoltà di questo mondo. Non ci troviamo però di fronte al nome del ricco, che mette in ombra l’intera parabola. Tutto sembra ruotare intorno a colui che, essendo senza nome, si mostra privo dell’immagine di colui che è mite e umile di cuore. (Mt 11, 29)

Chiunque sia stato segnato con un nome in questo mondo porta in sé il mistero della persona (dell’ipostasi) – dell’immagine del Creatore secondo il quale è stato fatto. Il povero è l’immagine di Cristo – in tutta questa parabola non pronuncia una parola, è un umile portatore di dolore e sofferenza, colui che non ha fatto nulla di male.

In questa parabola non si vede né si sente il Signore, tutto il giudizio è tra il ricco, misericordioso e buono (cioè Abramo) e il ricco, non misericordioso, stolto, egoista e senza compassione, che anche dopo la morte guarda Lazzaro, rivestito della veste della grazia, come un servo. L’anima non scompare con la morte del corpo, la passione rimane profonda nel volto di chi si giustifica e comanda in modo impudente anche dal profondo del tormento.

Il Vangelo ci dice che il ricco muore e viene sepolto (e all’inferno gli si aprono gli occhi, così dopo la morte apriamo gli occhi dove andiamo) – ha questo unico e solo privilegio. Il povero Lazzaro non è detto che sia sepolto, assapora direttamente la Vita – …e al giudizio non venne, ma passò dalla morte alla vita. (Giovanni 5, 24)

Non dimentichiamo che anche noi abbiamo veramente nel cuore il Risorto, Cristo, che ci insegna le azioni di giustizia e di misericordia, così come il ricco chiese a Lazzaro di alzarsi e di andare dai suoi fratelli – ma anche (l’altro) Lazzaro, il fratello di Maria e Marta, si alzò e non fu ascoltato, ma i Giudei cercarono di ucciderlo, come ci dice il Vangelo di Giovanni (12,10).

I cinque fratelli del ricco sono i cinque sensi dell’uomo, attraverso i quali pecchiamo sempre, e questi possono essere dominati solo dalla parola dei comandamenti, nei quali si nasconde il Signore, come ci insegna l’apostolo Marco.

„Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole.” (Luca 16, 15)

Dio conosce i segreti dei cuori, non possiamo nascondergli nulla. Il Signore conosce il cuore misericordioso come quello astuto, il Signore è il vero tesoro degli umili. Arriviamo a un elemento essenziale di questa parabola, che è di grande importanza per ognuno di noi.

Abramo ci presenta l’innegabile conclusione, che conclude anche la parabola di oggi: Figlio mio, ricordati che tu hai ricevuto le tue cose buone nella tua vita, e Lazzaro le cose cattive; e ora qui si consola, mentre tu sei afflitto. E soprattutto, tra voi e noi c’è un abisso profondo, ed è impossibile passare dall’uno all’altro, sia da una parte che dall’altra; è incolmabile. (Luca 16, 25-26)

Che cos’è questo abbiso? La mancanza di pentimento, che spezza le catene del peccato e riapre le chiavi del Regno.

Rivestici, Signore, dell’abito del pentimento, affinché possiamo acquisire la vera ricchezza del povero Lazzaro: il tuo Regno!

† Atanasie de Bogdania