I rapporti del Patriarca Nicodim Munteanu con la Chiesa Ortodossa Russa (1946-1948)
I rapporti del Patriarca Nicodim Munteanu
con la Chiesa Ortodossa Russa (1946-1948)

Nel contesto dell’istaurazione del regime di stampo comunista in Romania, tute le istituzioni romene verranno sottopose ad un rigido controllo. Non sfuggirà certo né la Chiesa ortodossa romena della stretta sorveglianza della Securitate. Con l’inizio del 1948 il Ministero dei Culti compie anche il ruolo di approvazione della fondazione delle nuove parrocchie e unità amministrative religiose, la creazione di nuovi impegni per il personale clericale, didattico o amministrativo, e riconosceva le nomine, i trasferimenti e i pensionamenti dell’intero personale di servizio dai culti religiosi; sorvegliava e controllava tutti i beni e i fondi di qualsiasi natura, e ogni cosa di provenienza dei culti religiosi, approvava il bilancio e faceva la verifica e il controllo delle gestioni finanziarie degli organi e delle istituzioni centrali, dei centri diocesani e delle diverse
fondazioni per tutti i culti religiosi[1]. Anche la stampa ecclesiastica fu presa di mira dal Ministero dei Culti. Fu notevolmente ridimensionata e sorvegliata dallo stesso Ministero dei Culti. Sono rimasti solo due istituti teologici di grado universitario a Bucarest e Sibiu. Presso gli istituti teologici funzionavano anche i Centri di avviamento missionario, i quali, negli anni Cinquanta, avevano lo scopo di rieducare il clero allo spirito dell’ideologia marxista–leninista, e sicuramente anche di allontanare le persone indesiderate[2].
La Chiesa Ortodossa perse nel 1950 tutte le sue proprietà. In seguito al decreto 92 del 1950 si decideva la nazionalizzazione degli immobili di tutti i culti e le associazioni religiose della Repubblica Popolare Romena, ad eccezione dei beni destinati esclusivamente al culto.
Tra questi beni rientravano la chiesa, la casa parrocchiale o quelle che servivano direttamente al personale monastico. In seguito a questo decreto, sono stati salvati dalla collettivizzazione solo pochi beni, e anche questi con grandi sforzi[3]. Da sottolineare in questo quadro il fatto che il processo di sovietizzazione della Romania attraverso il piano legislativo – come in tutti gli altri paesi sotto il dominio di Mosca – si è risentito molto forte all’interno della Chiesa.
I rapporti tra la Chiesa Ortodossa Romena e quella russa fino all’inizio degli anni ‘50 sono stati freddi. Tra le cause si possono ricordare: la partecipazione iniziale della Romania, contro la Russia, nella Seconda Guerra mondiale – in quanto questa occupava dal 1940 territori romeni e in conseguenza anche delle chiese; la Metropolia di Basarabia, dopo il 23 agosto 1944, fu inclusa nel Patriarcato di Russia; il sentimento di odio da parte del popolo nei confronti dell’ideologia atea promossa da Mosca.
Come veniva affrontata questa tragica realtà dal patriarca Nicodim Munteanu?
Nei primi momenti dell’istaurazione del regime comunista le autorità insediate a Bucarest tentavano di attirare il popolo verso la loro politica. Il Patriarca Nicodim ha continuato a perseguire la stessa politica prudente ed equilibrata, cercando di evitare di far scivolare la Chiesa in dispute politiche che potessero comprometterla, afferma lo storico George Enache.
L’idea di un coinvolgimento attivo in azioni anticomuniste non era appropriata in quel momento. Il patriarca Nicodim sapeva molto bene che la Chiesa ortodossa romena, attraverso il suo coinvolgimento nelle varie azioni missionarie nell’est del Dnestr, la rendeva estremamente vulnerabile di fronte all’esercito dell’occupazione sovietica, che poteva colpire senza pietà.
Secondo le testimonianze dell’epoca il patriarca Nicodim avrebbe dovuto fare una visita a Mosca già nel 1945, quando fu invitato all’intronizzazione del patriarca Alessio.
Ha tentato tutte le volte di rifiutare invocando motivi di salute. Quando un sacerdote lo avvertì di non rimandare la sua visita, rispose: “Non devo dare conto a un ministro”. Sotto la pressione dei leader comunisti, è stato costretto a visitare il Patriarcato di Mosca nel 1946 dopo aver ricevuto in precedenza la visita del patriarca Alessio. Il patriarca Nicodim non era d’accordo con la politica perseguita dalla Russia comunista e con l’estensione dell’autorità del Patriarcato di Mosca. Da qui il suo tentativo di limitare i contatti con le autorità comuniste di Bucarest, che, pur odiandolo, non hanno avuto il coraggio di sostituirlo[4].
Solo nel 1946 il patriarca Nicodim Munteanu arriva a Mosca, una visita proposta e sostenuta dalle autorità comuniste. Durante il suo soggiorno a Mosca, il patriarca ha vietato ai delegati di prendere parte alla liturgia con il clero russo”, scrive la ricercatrice Daniela Kalkandjieva, nel volume “Chiesa ortodossa russa, 1917-1948. Dal declino alla risurrezione”.
In seguito, c’è stata la visita del capo della Chiesa Ortodossa Russa, il Patriarca Alessio, in Romania nel 1947 quando ha visitato numerose chiese e monasteri in tutte le regioni.
La visita del Patriarca Alessio in Romania lascia intravedere una tensione nei rapporti tra i due capi delle Chiese ortodosse, secondo alcune testimonianze. Una di queste appartiene al monaco Petroniu Tănase che racconta un incidente avvenuto durante il ricevimento organizzato al Palazzo patriarcale di Bucarest. Domenica, 1° giugno a. c. [1947], durante il ricevimento nel palazzo patriarcale, il Patriarca Alessio ha sostenuto l’idea che Mosca deve diventare un centro dell’ortodossia, alla quale Nicodim si è opposto, dicendo che Bucarest costituisce un centro ancora più adeguato a questo scopo. Durante il dialogo, il patriarca Nicodim ha fatto capire al suo ospite l’importanza della Chiesa Ortodossa Romena nell’ambito religioso ecumenico, aggiungendo che lo zar Nicola II ha avuto bisogno della Romania quando ha spedito il telegramma: Venite, il cristianesimo è minacciato. Alle parole del patriarca Alessio che avrebbe menzionato che i russi abbiano aiutato i romeni durante la guerra di indipendenza, il patriarca Nicodim colse l’occasione di risponderli: “La sua eccellenza, non è ben informato. Non furono i russi ad aiutare i romeni nella guerra di indipendenza, ma al contrario i romeni aiutarono i russi. Il testo del telegramma dello zar Nicola al principe Carol di Romania si trova presso l’Accademia romena: “Attraversa il Danubio e vieni urgentemente perché i turchi ci stanno mangiando!” Il primo ministro dr. Petru Groza è intervenuto, ma senza riuscire ad appianare il conflitto[5].
Uno degli obiettivi del Patriarca Alessio era l’intenzione di organizzare nel 1948 un sinodo panortodosso a Mosca, con lo scopo reale di far conoscere l’egemonia del Patriarcato russo.
Dopo aver espresso la gioia di essere giunto in Romania, il Patriarca Alessio rivolse al Patriarca romeno l’invito di partecipare al sinodo panortodosso di Mosca, nel mese di settembre, per risolvere i problemi ecumenici. Nicodim disse in romeno: Ma perché a Mosca? Il Patriarca russo lo comprese, sebbene non gli fossero state tradotte queste parole. Il gesto del patriarca Nicodim fu considerato da tutti i presenti un atto di grande coraggio.
Ritornando alla replica del Patriarca, il leader comunista romeno Emil Bodnăraș, udendo le sue parole, osservo: Lasci perdere, Sua Eccellenza, non abbia paura, perché non arriverà a partecipare a questo sinodo, a prescindere da dove si svolgerebbe[6]. È un episodio rilevante perché dimostra la dignità del patriarca Nicodim di fronte all’atteggiamento sovietico. È stato un errore oppure un gesto di dignità in un periodo pieno di opportunismi? Crediamo nella seconda versione – scrive – Cristian Vasile[7]. È vero poi che attraverso questo incidente e stata compromessa la possibilità di un modus vivendi tra il patriarca Nicodim e il governo comunista.
Trascorrerà poi poco tempo a Bucarest ritirandosi al Monastero Neamț da dove ritornerà gravemente malato verso la fine dell’anno. Non parteciperà più a nessun’attività pubblica. Le elezioni vescovali del 18 novembre 1947, che hanno fatto diventare titolari di diocesi Justinian Marina – Metropolita di Iași, Firmilian Marin – Arcivescovo di Craiova e Sebastian Rusan – vescovo di Sighet, saranno presidiate dal Metropolita Nicolae Bălan.
Già da giugno, il suo stato di salute era molto precario: Lo stato di salute del patriarca Nicodim peggiorato. Da alcuni giorni non può più bere neanche il latte, ma solo il thè.
Presto partirà verso il monastero Neamț; probabilmente mercoledì 9 luglio a.c[8].
Il 1° dicembre 1947, quando il primo ministro dr. Petru Groza, accompagnato da Stanciu Stoian, ministro dei Culti, andranno a visitare il patriarca, Petroniu, il suo segretario, li riferisce che il patriarca che non è più possibile. Il memorialista ci lascia capire il perché, descrivendo
la situazione in una pagina tremenda. Il patriarca era entrato in una lunga e dolorosa agonia che finirà soltanto il 27 febbraio 1948 quando so spegne. Il 31 dicembre, dopo aver sentito dell’abdicazione del re Michele, trova ancora la forza di dire tra le lacrime: Se lui è andato,
non so più cosa fare io”[9].
In tutto questo conflitto, il patriarca è rimasto vicino al re Michele, come unica legittima fonte di potere in quegli anni. Il re lo sapeva benissimo e, non a caso, decorò il patriarca, l’8 luglio 1945, con la Gran Croce e l’Ordine “Fedele Servizio”. Era un segno di riconoscimento, ma anche di incoraggiamento a continuare la lotta in quel momento. A sua volta anche il patriarca Nicodim si sarebbe congratulato con il re Michele in un telegramma il 6 settembre 1945, nel quinto anniversario del suo regno. Tale gesto fu considerato dai comunisti come un segno che la Chiesa ortodossa rumena sostiene il re. Dopo questo momento, sul patriarca furono esercitate pressioni molto più dirette da parte dei comunisti, soprattutto attraverso i servizi speciali, che nel periodo 1945-1947 cercarono ragioni per incriminarlo e comprometterlo.
Dal 6 marzo 1945 fino al 30 dicembre 1947, la Romania visse il periodo di transizione dal Regno alla Repubblica, diventando finalmente una “democrazia popolare”. La Chiesa Ortodossa Romena sopporto le conseguenze dell’influsso politico, avvertito fortemente. Un ruolo
molto importante giocò, in questo contesto politico, il Ministero dei
Culti, il quale, con a capo il prete Constantin Burducea, ebbe un atteggiamento
più opportunista, mostrando servilismo verso il regime, e cercando di seguire una via intermedia tra politica e interessi della Chiesa, ma orientandosi forse di più verso la sfera politica[10].
L’obiettivo dichiarato del Partito comunista romeno – considera padre Elia Citterio in uno studio sulla Chiesa Ortodossa Romena[11]– era il totale asservimento della Chiesa Ortodossa. Cercò di realizzarlo, da una parte, con l’epurazione della gerarchia e del clero, con la persecuzione e l’imprigionamento a ondate (l’ultima tra il 1958 e il 1964) del clero dissidente e dell’intellettualità religiosa, con la repressione del monachesimo (il decreto anti-monastico del 1959 impose la chiusura di circa 200 monasteri e l’espulsione di 4.000 tra monaci e monache), e dall’altra con l’umiliante indottrinamento ideologico marxista-leninista del clero e della gerarchia e la loro cooptazione nelle campagne contro la proprietà privata, la lotta per la pace e la
politica di socializzazione del paese. (…) Nel confronto drammatico tra Partito e Chiesa, la Chiesa reagì in modo diseguale. L’assenza di una tradizione di riflessione critica e di un’esperienza di separazione tra stato e Chiesa impedì una resistenza intellettuale e morale ferma (come, ad esempio, quella praticata dalla Chiesa Cattolica in Polonia). (…) Oltre il conformismo apparente nei rapporti tra Stato, Potere politico e Culti, il caso romeno rappresenta anche un esempio
di adattamento e sfruttamento al massimo delle condizioni particolari esistenti nella società per raggiungere gli interessi e gli obiettivi di ognuno degli attori coinvolti. Anche se questo stato circoscritto formalmente nel modello classico sopra citato, aldilà della forma, il
modo in cui funziona e i risultati di questo rapporto sono lontani da essere considerati normali[12]. Gli interessi comuni porteranno a un rapporto di collaborazione tra le due istituzioni, diseguale ma vivibile dopo l’anno 1948 quando si intravede che il regime comunista controllato da Mosca da segni di consolidamento nel Paese.
Violeta POPESCU
[1] Viața religioasă in Romania. Prezentare sintetică, București 1987, p. 18, cf. Cosmin Cristian OPREA, op. cit. p. 231.
[2]Nicoleta IONESCU GURĂ, Stalinizarea Romaniei. Republica Populară Romană: 1948. Transformări instituţionale, ed. All, Bucureşti, 2005, pp. 358-359.
[3] Ibidem, pp. 395-399
[4] Cristian Vasile, Biserica Ortodoxă Română în primul deceniu comunist, p. 97; Vezi şi Arhiva CNSAS, Fond D, Dosar 56, f. 75; Dudu Velicu, op. cit., p. 97.
[5] Arhim. Petroniu TĂNASE, intamplări din vremea patriarhului Nicodim, in “Teologie şi viaţă”, N. 7–12, luglio–dicembre 1999, pp. 167–169.
[6] ASRI, Fondo D, Dos. N.9471, pp. 82–87 cf. Cristina PĂIUȘAN, Radu CIUCEANU, cit., pp. 71–73, Doc. N.18.
[7] Cristian VASILE, op. cit., p. 17.
[8] Dudu VELICU, op. cit., p. 259.
[9] Dudu VELICU, Biserica Ortodoxă in perioada sovietizării Romaniei. Insemnări zilnice. 1945-1947, Arhivele Naţionale ale Rom niei, București, 2004, p. 296.
[10] Cosmin Cristian OPREA, op. cit., p. 146.
[11] Elia CITTERIO, La testimonianza e il presente. Chiesa Ortodossa Romena, link:http://www.dehoniane.it:9080/komodo/trunk/webapp/web/files/riviste/archivio/
01/200518629a.htm, ultimo acceso il 5 novembre 2015.
[12] Alina Tudor PAVELESCU, op. cit, cf. Şerban PAVELESCU, L’Eglise Orthodoxe et le Pouvoir Communiste Roumain (1944-1965). El ments pour une sociologie politique de l’Orthodoxie, studio presentato presso l’Istituto d’Etudes Politiques, Parigi, 2004, pp. 18
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