LA CHIESA ORTODOSSA ROMENA (1945-1965) Fede e testimonianza
LA CHIESA ORTODOSSA ROMENA (1945-1965) Fede e testimonianza
Brevi aspetti dell’instaurazione del regime comunista – il 6 marzo 1945 –
e le conseguenze per la vita religiosa del Paese

Con l’instaurazione del regime comunista in Romania – il 6 marzo 1945 – iniziò un lungo e duro processo che portò dei grossi cambiamenti in ogni settore della vita dei romeni. Nel 1945 ebbe luogo lo sradicamento delle istituzioni tradizionali e il cambiamento del volto della società attraverso i processi di nazionalizzazione, collettivizzazione e violazione sistematica dei diritti umani. I desideri espressi dal Partito comunista erano indirizzati verso la vittoria del socialismo e la creazione dell’uomo nuovo, un uomo sradicato dai valori cristiani. In questo contesto, è opportuno sottolineare le differenze chiare tra i regimi comunisti dell’Europa Orientale e di quella Centrale. In generale, i regimi comunisti dell’Europa Centrale, cioè della Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia non si possono paragonare a quelli dell’Europa dell’Est come, per esempio, quelli della Romania, Bulgaria, o Albania dove la situazione era ancora più difficile.
Credo sia impossibile – considera il prof. Cesare Alzati – per chi non ne abbia fatto diretta esperienza, capire cosa sia stato vivere sotto un regime totalitario, la cui giustificazione teoretica consisteva in un’ideologia sostitutivamente atea. E cosa tutto ciò abbia significato in particolare per i credenti e per le loro istituzioni ecclesiastiche. La divisione dell’Europa, che l’espansione sovietica aveva comportato, impose una radicale contrapposizione Est-Ovest e un’impermeabilità della Cortina di Ferro, che li divideva. (…) Quanto alla situazione della Chiesa Ortodossa, credo che possa essere sinteticamente compresa considerando un dato emerso dopo il 1989. Caduto il regime, si constatò che i non battezzati erano una percentuale trascurabile. Ciò vuol dire che anche gli iscritti al Partito e quanti erano al regime legati in modi diversi e da vincoli quanto mai pervasivi, in realtà, pur in forme discrete, non avevano lasciato i propri figli privi dell’iniziazione cristiana. Dunque, la fede del popolo ortodosso è stata più forte del totalitario potere ateocratico. (…) Le chiese rimasero aperte, la Liturgia celebrata, i Sacramenti amministrati, gli stessi monasteri (pur con temporanee interruzioni e con limitazioni) continuarono a testimoniare la ricerca di Dio[1].
Ho riportato qui sopra il pensiero del prof. Cesare Alzati, ordinario di storia del cristianesimo e delle Chiese presso l’Università Sacro Cuore Cattolica di Milano, con l’intento di descrivere brevemente un periodo che ha sconvolto la coscienza del popolo romeno per quasi cinquant’anni, con delle conseguenze fino ad oggi. Nonostante le ingerenze politiche del regime comunista nella vita ecclesiastica romena, la soppressione della Chiesa greco-cattolica romena, lo statuto di tolleranza concesso alla Chiesa romano-cattolica – tutte e due decisioni politiche – la strategia difficile e vincente per far sopravvivere la Chiesa durante il Patriarca Justinian Marina, per non parlare delle migliaia di persone che hanno perso la vita nel buio delle carceri comuniste – tra gli unici tesori di cui godeva il popolo romeno dopo gli anni ‘90 era il sentimento della fede in Dio. Una delle prime immagini viste con tanta emozione alla televisione pubblica romena durante gli eventi del ‘89, era un’immensa folla di gente inginocchiata nelle piazze pubbliche di Bucarest, o di altre città, che recitava la preghiera Padre nostro o cantava l’inno di Pasqua Cristo è risorto! Era il messaggio di sopravvivenza espresso dal popolo romeno. Durante questa lunga e dura prova alla quale è stato sottoposto, il popolo romeno è riuscito a mantenere la sua fede in Dio e a far sopravvivere la Chiesa. La realtà deplorevole delle Chiese di Bulgaria, Albania, Ucraina, Estonia, viene a confermare che l’ortodossia romena ha rappresentato in questo periodo un reale fenomeno. Nel periodo in cui le Chiese vicine si confrontavano con problemi di ordine funzionale ed esistenziale, l’ortodossia romena – nonostante le privazioni applicate alla Chiesa e il martirio dei fedeli, dei sacerdoti e della gerarchia – ha registrato in certi settori un’attività difficile da immaginare nei paesi vicini. La strategia adottata dal Partito comunista in Romania dopo la Seconda Guerra mondiale cercava di fruttificare l’esperienza sovietica e, nello stesso tempo, di tenere conto anche della realtà nazionale. Nel periodo interbellico, invece, i rapporti tra Stato e Chiesa in Romania sono stati regolati attraverso una serie di atti normativi inseriti nella Costituzione del 1923[2]. Considero utile ricordare, anche se brevemente, alcuni aspetti che trattano la storia ecclesiastica romena in questo periodo, prima della Seconda Guerra mondiale e l’instaurazione del regime comunista. Per quanto i sovietici abbiano desiderato amalgamare tutto questo spazio, non ci sono riusciti, perché l’eredità culturale e la mentalità della gente erano diverse. Bisogna ancora distinguere tra l’Europa centrale e quella orientale. La situazione non è stata la stessa[3]. Come già noto, la Romania un paese che in virtù della sua confessione
ortodossa appartiene all’Oriente e mediante l’origine latina all’Occidente. Questa sintesi di latinità e ortodossia, che di per sé una forma di originalità unica, ha aiutato il popolo romeno a mantenersi, attraverso la latinità, non confuso con il mondo slavo e, attraverso
l’ortodossia, non confuso con il mondo delle nazioni cattoliche della nostra vicinanza occidentale[4]. Una visione simile, che vede la Romania nella sua specificità di paese latino ma di confessione ortodossa, lo esprime anche il prof. Cesare Alzati. La genesi del popolo romeno si colloca nell’alveo dell’Impero Romano; la sua lingua parlata continua il latino dell’antica Roma, con la quale tuttavia ha perso contatto dalla tarda antichità; da quel tempo suo costante punto
di riferimento divenuta la Nuova Roma, Costantinopoli, linguisticamente
ellenofona; di quest’ultima ha fatto propria la tradizione ecclesiastica e di civiltà, peraltro non direttamente, ma attraverso la mediazione slava, avendo assunto la lingua slava come lingua di cultura, di comunicazione istituzionale e di culto. Come si vede, siamo di fronte alla sintesi di tutte le grandi correnti culturali che hanno fondato l’Europa[5].
Dopo la Grande Unione del’1 dicembre 1918, anche la Chiesa Ortodossa Romena desidera l’unificazione di tutti i suoi organismi – presenti nelle province romene unite – sotto la guida del Santo Sinodo di Bucarest. Un atto storico che sarà compiuto solo nel 1925, in seguito alle tergiversazioni causate dalle specificità delle nuove province romene annesse (Bessarabia, Bucovina, Transilvania). Il primo patriarca stato Miron Cristea (1868–1939)[6].
Per la storia ecclesiastica della Romania il 4 febbraio 1925 rimane una data di riferimento in quanto il Santo Sinodo ha approvato l’elevazione della Chiesa al rango di Patriarcato.
La nascita del Patriarcato ortodosso romeno influì molto anche all’estero: l’ortodossia romena s’imporrà tra le altre Chiese ortodosse sorelle e, nel campo dell’ecumenismo, diventerà una voce autorevole. Bisogna notare, in questo senso, le iniziative svolte dalla Chiesa Ortodossa Romena per organizzare eventi teologici con partecipazione internazionale. Con la nascita del nuovo Patriarcato l’ortodossia romena s’impone, infine, sul piano internazionale. In qualche modo si riconosceva al Patriarcato romeno la missione di ripristinare l’ortodossia ovunque. Dopo la Seconda Guerra mondiale, la Romania entra a far parte del blocco sovietico, con gravi conseguenze per l’intera società romena, implicitamente per la vita religiosa del Paese. Il Partito comunista era ossessionato di abbattere, ad ogni costo, valori tradizionali del popolo, come lo spirito democratico, la libertà e la fede – valori che avevano accompagnato i romeni per generazioni. Lo stesso, voleva combattere anche il Vaticano e le forze occidentali che minacciavano il potere comunista. I cambiamenti avvenuti all’interno della Chiesa Ortodossa Romena devono essere collegati al nuovo contesto politico del paese e all’instaurazione – il 6 marzo 1945 – del regime comunista guidato da Petru Groza[7], al quale seguono poi le elezioni truccate del novembre 1946, che portano il Partito dei lavoratori, costituito da comunisti e
socialdemocratici, ad una vasta maggioranza. Nei confronti delle Chiese ortodosse presenti nei Paesi entrati sotto l’influenza dell’URSS, si nota un interesse particolare da parte del
Patriarcato russo, con lo scopo di ottenere una sorta di controllo, soprattutto
nei paesi di maggioranza ortodossa. Dopo la conferenza organizzata a Mosca nel settembre 1944, nella quale si traccia l’aspetto postbellico dell’Europa, prende avvio, con
l’accordo del Cremlino, una intensa attività della Chiesa Ortodossa russa in campo internazionale, soprattutto nelle aree recentemente entrate nell’orbita sovietica: le delegazioni ortodosse russe visitano diversi paesi, tra i quali la Bulgaria, la Jugoslavia e la Romania.
Il percorso dell’instaurazione del regime comunista subito dopo la Seconda Guerra mondiale, soprattutto all’inizio, ha avuto come obiettivi: l’imposizione del governo Petru Groza (6 marzo 1945), la falsificazione delle elezioni (19 novembre 1946), l’annientamento
dell’opposizione politica dei partiti tradizionali (luglio – ottobre 1947) e l’imposizione al Re Michele di abdicare[8].Nel 1946 i comunisti vincono le elezioni truccate e scatenano un
terrore sistematico contro gli oppositori politici, siano essi reali o immaginari.
Il mezzo repressivo dei nuovi governanti verrà attuato il 30 agosto del 1948, quando la Direzione Generale della Sicurezza dello Stato [Siguranţa Statului], si trasforma in Direzione Generale
della Sicurezza del Popolo [Departamentul Securităţii Statului], più comunemente chiamata Securitate[9]. Dopo l’instaurazione del governo Petru Groza, sarà nominato il nuovo ministro dei Culti, il sacerdote Constantin Burducea, presidente dell’UPD [L’unione dei Preti Democratici], un’associazione di sorgente sovietica con il compito di attirare i sacerdoti al nuovo regime, creata appositamente per opporsi all’Associazione del Clero ortodosso, un’organizzazione tradizionale del clero[10]. L’anno 1948, sarà un punto di riferimento per i cambiamenti e il controllo tanto desiderato del Partito comunista in Romania. La Chiesa greco-cattolica romena sarà cancellata nel 1948 e la Chiesa romano-cattolica spinta ai margini della tolleranza. La Chiesa Ortodossa seguirà un cammino sinuoso. All’inizio ci sono state le false dichiarazioni del Partito per la cosiddetta collaborazione Stato-Chiesa, con lo scopo di portare al Partito un sostegno d’immagine di cui aveva bisogno, soprattutto nei primi anni. Ulteriormente, nel momento in cui il partito si rafforza, inizierà il processo di controllo e subordinazione della Chiesa. In mancanza di un sostegno esterno, dipendente economicamente dallo Stato, la Chiesa fu sottomessa a un rigoroso controllo da parte delle autorità politiche, subendo gravi decisioni da parte dello Stato.
Violeta Popescu
[1] Prof. Cesare ALZATI, L’ortodossia nello spazio romeno e il significato della sua presenza in Italia per la comunione tra le Chiese in L’ortodossia in Italia. Le sfide di un incontro, a cura di Gino Battaglia, EDB, Bologna 2011. Ho usato la variante elettronica
http://www.diocesi.rimini.it/wp-content/uploads/2012/10/Cesare-Alzati.pdf,
[2] Prima costituzione dei Principati Romeni Țara Românească e Moldova, in seguito
alla costituzione del Regno di Romania fu adottata il 1 luglio 1866. Dopo l’unificazione
del territorio e della creazione dello Stato Unitario nel 1918, fu approvata una nuova Costituzione
il 29 marzo 1923, considerata allora tra le più liberali in Europa.
[3] Cosmin Cristian OPREA, Tra Mosca, Bucarest e Roma. Cattolici, ortodossi e regime
comunista in Romania all’inizio della guerra fredda (1945-1951), Aracne, 2013, p.
113.
[4] Pr. Dumitru STĂNILOAE, Rolul ortodoxiei n formarea și păstrarea ființei poporului
rom n și a unității naționale in “Ortodoxia”, n. 4/1978, p. 599.
[5] Prof. Cesare ALZATI, op. cit., p. 2.
[6] Miron Cristea, da laico Elie Cristea, e stato il primo patriarca della Chiesa Ortodossa
Romena. Nato il 20 luglio 1868 a Toplița [Harghita] e deceduto il 6 marzo 1939 a
Cannes in Francia. stato patriarca per il periodo 1925-1939. Tra il 1° febbraio 1938 e il 6
marzo 1939, fu nominato anche primo-ministro del governo romeno.
[7] Il 6 marzo 1945 s’instaura in Romania il primo governo controllato dai comunisti
guidati da Petru Groza, imposto dall’emissario sovietico a Bucarest Andrei Vyšinskij.
Petru Groza (1854-1958) faceva parte della vecchia borghesia romena ed e stato un sostenitore
del comunismo prima ancora di diventare il capo del Partito Comunista. In seguito,
stato presidente del Consiglio di Stato nella Repubblica Popolare Romena negli anni
1952-1958.
[8] Il 20 agosto 1947 il Re Michele I, considerando un pericolo per la democrazia del
Paese, chiede le dimissioni di Petru Groza. Al suo rifiuto di abbandonare il governo, il Re
decide di non collaborare con il regime comunista rifiutandosi di firmare i decreti. La sua
azione viene denominata sciopero regale.
[9] Userò di seguito nella presentazione il termine Securitate – Polizia segreta – una
parola con un significato specifico per il popolo romeno, senza un corrispondente diretto
in italiano, entrata dopo il 1990 nella custodia del Servizio Romeno di Informazioni.
[10] Adrian Nicolae PETCU, Biserica ortodoxă română în timpul patriarhului Justinian,
in “Dosarele Istoriei”, an VII, 2002, n. 11 (75), p. 38.


