Con il Cristo nel labirinto della vita
Con il Cristo nel labirinto della vita

Nell’ex convento di San Francesco di Alatri, in Lazio, c’è un affresco che raffigura un grande labirinto circolare formato da dodici cerchi concentrici. Al centro, nel tondo più interno, è raffigurato il Cristo che benedice l’ingresso del labirinto. Questo affresco è custodito sulla parete di un’intercapedine stretta e buia. È un simbolo tradizionale che si trova in diverse cattedrali medievali europee, sebbene forse in nessun altro caso il Cristo sia stato raffigurato al centro.
L’immagine del labirinto esprime un mistero prezioso per ogni cristiano: all’uscita dai percorsi tortuosi delle nostre esistenze, c’è il Cristo. Egli ci chiama e ci attende. E ci dona il filo d’Arianna per trovare l’uscita. Nei corridoi si deve seguire infatti l’eco della sua voce: possiamo udirlo, pur senza vederlo. Se saremo abbastanza concentrati e presenti a noi stessi da vivere la Chiesa, da essere Chiesa nel quotidiano, avremo gli strumenti per seguire l’eco della voce del Cristo fino all’uscita.
Il labirinto non consiste solo nelle miserie quotidiane. Certo, rimaniamo smarriti per la perdita del lavoro, il divorzio, la morte di una persona cara, la malattia, la povertà, le frustrazioni. Ma il labirinto non è nelle cose esteriori. Esso è soprattutto interiore, perché in verità è dentro di noi che perdiamo la strada, ci confondiamo e ci perdiamo. Il labirinto è quindi l’immagine della fatica che ognuno deve compiere dentro se stesso per arrivare al centro della sua personalità, cioè al Regno dei cieli che è dentro di noi – secondo le parole del Cristo (Lc 17, 21). La purificazione del cuore è infatti al centro dell’insegnamento dei padri esicasti, eroi dello Spirito che trovarono l’uscita del labirinto. San Gregorio Palamas vi ha dedicato anche una delle sue prime opere, in cui consigliava di liberarsi dalla maschera falsa che indossiamo ogni giorno per scendere nelle profondità di noi stessi[1]. La potenza divina dentro di noi è un tesoro prezioso nascosto in un campo (Mt 13, 44), una perla preziosa che vale tutte le ricchezze di questo mondo (Mt 13, 45-46). E’ quello che san Pietro chiama, nella sua prima epistola, “ho kryptòs tês kardías ánthropos”, cioè “l’uomo nascosto del cuore” (I Pt 3, 4). Come tutte le cose preziose, è custodito da draghi paurosi che dobbiamo addomesticare e vincere. Gli strumenti per questa lotta interiore sono dati nella Chiesa: non è facile, e non è rapido, ma sta a noi impegnarci sul cammino della Luce di Cristo.
Il tema del labirinto è legato a quello delle miserie, delle sofferenze, delle tentazioni che Dio permette nelle nostre esistenze. Nel primo capitolo del libro di Giobbe, Dio permette al satana di provare Giobbe nella sua fede, affinché progredisca spiritualmente (Gb 1, 6-12). Ogni tentazione, ogni difficoltà, ogni sofferenza è una chiamata a un’evoluzione interiore. È un gradino che siamo chiamati a salire verso il Cielo. È una prova iniziatica, difficile, che siamo chiamati a superare per crescere innanzitutto nell’interiorità. «Ti vedrai come un bambino che non sa dove sbattere la testa; tutto il tuo sapere sarà trasformato in confusione, come quello di un bambino piccolo», scrive san Isacco il Siro[2].
L’avversario ha molte maschere: volontà di potenza, pigrizia, spreco di energie, egoismo, ingiuria, avarizia e cupidità, narcisismo o anche eccessivo biasimo di se stessi, giudizio degli altri, ipocrisia, calunnia, impazienza, paura, conflittualità, scoramento. Vorremmo infatti conquistare il mondo, ma non riusciamo a conquistare neanche noi stessi. L’arma per affrontare il drago interiore è la più mite, secondo la tradizione dei Padri. È l’umiltà, porta bassa in cui dobbiamo piegarci per entrare nel Regno dei Cieli. San Isacco il Siro scrive infatti che, immersi nell’oceano dei dubbi delle prove, «una sola cosa potrà aiutarti a vincerli: l’umiltà. Non appena tu te ne impossessi, tutto il loro potere svanisce»[3]. San Basilio di Cesarea, nella sua Omelia sull’umiltà, scrive a proposito di san Pietro: «[Dio] lo abbandonò allora alla sua debolezza di uomo ed egli cadde nel rinnegamento, ma la sua caduta lo rese saggio e lo fece stare in guardia»[4]. E san Giovanni Cassiano, nelle Istituzioni cenobitiche, scrive: «Impariamo dunque anche noi a percepire in ogni azione la nostra debolezza e allo stesso tempo l’aiuto di Dio, e a ripetere ogni giorno con i santi: “Fui spinto con forza a cadere, ma il Signore mi sostenne. Mia forza e mio canto è il Signore: fu per me la salvezza” (Sal 118, 13-14)»[5].
Diacono Raffaele Guerra
[1] Gregorio Palamas, Tre capitoli sulla purificazione del cuore, in: M. B. Artioli – M. F. Lovato (cur.), Filocalia, Gribaudi (Torino) 1987, vol. IV, pp. 123-133.
[2] Isacco il Siro, Discorsi ascetici. Prima collezione, Qiqajon (Bose) 2021, in particolare: Discorso LVIII.
[3] Ibidem.
[4] Basilio di Cesarea, Omelia sull’umiltà, § 4.
[5] San Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, XII, 17, I, Qiqajon (Bose) 2007.


