Storia della Chiesa Romena dalle origini al Medioevo
Storia della Chiesa Romena dalle origini al Medioevo

La Cattedrale Patriarcale di Bucarest (1658)
Il cristianesimo romeno dall’era apostolica al IV secolo
La Romania è stata visitata in età apostolica da Andrea Apostolo, il quale pare avesse avviato una missione cristiana nella Dacia Pontica[1], che crebbe notevolmente di entità quando i coloni e i soldati romani, al seguito della conquista della Dacia da parte dell’imperatore Traiano (106), iniziarono ad abitare la zona. Al tempo di Aureliano, nel III secolo, la Dacia era già fortemente romanizzata a causa di una profonda colonizzazione. Nel 275 alcune tribù gotiche, probabilmente cristiane, si stabilirono nella ex provincia romana[2], contribuendo alla presenza cristiana nella regione. L’apologeta Tertulliano (+240) nel suo libello Contro i Giudei scrive che Cristo “governa” anche popoli come sarmati, daci, germani e sciti. Anche Origene attesta la presenza di comunità cristiane in Dacia, scrivendolo nel suo Commento al Vangelo di Matteo, cap. XXIV. È noto come molti cristiani mandati in qualità di schiavi nelle miniere della Dacia convertissero i loro malcapitati colleghi, come per esempio san Ciro vescovo di Antiochia, il quale battezzò Simprosiano, Castorio, Claudio e Simplicio, tutti martirizzati sotto Diocleziano. Pare che il popolo daco-romano si fosse convertito al Cristianesimo agevolmente, senza lotte e violenze. Per citare il prof. Mircea Pacariu:
Era evidente che la popolazione non vedeva differenza sostanziale fra le vecchie usanze e quelle nuove importate dal cristianesimo.[3]
La religione dacica era difatti, come viene definita dagli storici, una delle religioni “enoteiste”, ovvero in cui vi è la presenza di un dio principale che assorbe tutto il culto, corollato da dèi minori o entità minori, di solito legate ai cicli agricoli. Molte pratiche proprie della religione dacica sono state incorporate nella tradizione cristiano-ortodossa romena[4]. Sotto l’imperatore romano Diocleziano, nel IV secolo, la persecuzione raggiunse la Dacia. Il prete Montano e sua moglie Maxima ottennero così la corona del martirio nel 304 a Sirmium (oggi Mitroviza), benché originari di una città daco-romana di nome Singidunum. Loro compagno di martirio fu il vescovo Ireneo di Sirmium col suo diacono Demetrio, che subì il martirio alcuni giorni più tardi. Nello stesso anno, siamo a conoscenza di alcuni martiri uccisi a Tomis (Costanza di oggi) in Dobrugia, e ad Axiopolis (oggi Hinog). Nel 311 il cesare Galerio, che governava quelle regioni, emise un editto di tolleranza a Sardica (oggi Sofia, in Bulgaria) che interessò anche la Dacia. E’ interessante che l’ultimo martire dei tempi antichi in Romania sia stato un giovane di nome Emiliano, sotto il regno di Giuliano l’Apostata (361-363). Come sappiamo, l’Apostata, volendo riproporre il paganesimo nell’Impero Romano, aveva aperto un nuovo tempio pagano a Durostorum, una cittadella daco-romana nella quale viveva Emiliano. Il ragazzo avrebbe distrutto le statue e si sarebbe rifiutato di venerare gli idoli, così i soldati pagani di guardia al tempio l’avrebbero quindi messo al rogo nel 362.
La Chiesa Romena dal IV al VI secolo
San Giovanni Cassiano (sec.IV-V) icona in stile bizantino
Al Sinodo Ecumenico di Efeso (431) è attestata la presenza di un rappresentante dei romeni, il vescovo Timoteo di Tomis, il quale firmò la condanna contro Nestorio. Fu la prima apparizione sulla scena internazionale di un vescovo daco-romano in un’assemblea ecumenica. Di contro, un vescovo daco-romano di nome Petronio di Novae, favorevole a Nestorio, firmò una contestazione contro il giudizio del sinodo, ma la massa dei credenti romeni non fu mai favorevole al nestorianesimo e Petronio cadde in disgrazia. Poco dopo, al sinodo di Calcedonia del 451, a rappresentare i “romeni” fu il vescovo Diogeniano di Remesiana[5]. Dal punto di vista amministrativo, la Chiesa Dacica era guidata allora da un Esarca con sede ad Eraclea che rispondeva a Costantinopoli, veduta la relativa vicinanza, anche se la città politicamente più influente era all’epoca Tomis. Nel V secolo, la Chiesa daco-romana aveva già una sua maturità teologica e spirituale, tant’è che produsse la figura di san Giovanni Cassiano che, sebbene visse a Marsiglia, era di origine daco-romana. Nel 1912, l’archeologo Vasile Parvan scoprì che il grande scrittore e asceta era appunto nativo di questa terra, e che lì era nato nel 360. Si deve al genio di Giovanni Cassiano lo sviluppo del monachesimo cenobitico in Occidente, in special modo in Gallia, nonché l’arrivo in Occidente di una nuova forma di letteratura monastica, il Patericon, una raccolta di detti e vite dei santi Padri. Nel V secolo, il beato monaco Giovanni Massenzio scrisse otto lettere teologiche indirizzate al papa Ormisda e ai vescovi africani, contro le numerose eresie del suo tempo. All’epoca dell’Imperatore Giustiniano, nel 545, venne fondata in Dardania (Dacia) la città di Justiniana Prima, nuova capitale provinciale, forse nella zona di nascita dell’imperatore d’Oriente, affinché diventasse anche il nuovo metropolitanato ecclesiastico. Poiché l’Illirico – da sempre competenza di Roma – finì nelle riforme di Justiniana Prima, il papa pretese la gestione ecclesiastica della sua vecchia regione, e giunse ad un patto con l’imperatore, imponendo un “delegato papale” in Illiria che fungesse da supervisore delle dispute religiose. Nonostante il pieno appoggio dell’Imperatore, Costantinopoli non riconobbe l’autocefalia di Justiniana Prima e l’etnarca dei daco-romani, il vescovo Catelliano, dovette accontentarsi, per la sua città, solo di un innalzamento ad Arcidiocesi.
La Chiesa Romena nel Medioevo
Attila, il “flagello di Dio”, giunse da Oriente. La sua armata invase la pacifica Dacia, e la annientò completamente. Nel 447 anche Sucidava, una grande città romana, venne rasa al suolo. Nel 450 Attila stabilì definitivamente il suo dominio sulla Dacia, ma il suo impero ebbe vita breve: il tremendo guerriero morì infatti nel 453. I suoi domini non riuscirono a reggere alla violenza dei Gepidi Germanici, che invasero a loro volta la Pannonia e la Dacia e le conquistarono. E’ noto che i Gepidi fossero ancora ariani in quel periodo e che un loro vescovo vagante, Trasarico, si era stabilito in Transilvania[6]. Nel 567, a causa dell’arrivo dei Longobardi e degli Avari, i Gepidi vennero sconfitti e assorbiti dalla popolazione che avevano dominato per circa un secolo. Mentre i Longobardi si mettevano in cammino verso l’Italia, gli Avari saccheggiarono tutta la regione, distruggendo e compiendo eccidi di massa. Fra il 599 e il 600 d.C. avvenne l’ultima grande spedizione avara contro i daco-romani. Eppure, anche i violenti Avari, che controllavano una zona indefinita fra il mare Adriatico e la Transilvania, non furono immuni al fascino del cristianesimo. Nel 580, racconta lo storico contemporaneo bizantino Menandro Protettore, un capo àvaro permise una cerimonia di giuramento a Singidunum sia col rito pagano che con quello cristiano. Nel 591 Sebastiano, vescovo di Sirmium, scrisse due lettere a san Gregorio Magno a Roma per informarlo del fatto che era dovuto fuggire a Costantinopoli a causa di una razzia degli Avari. Nell’anno 602 i soldati dell’armata dacica proclamarono imperatore d’Oriente Foca e lo portarono a Costantinopoli per intronizzarlo: approfittando delle frontiere scoperte, gli Slavi provenienti dalla Russia, penetrarono in Dacia. Nel 602, con l’arrivo degli Slavi in Europa Orientale, i daco-romani subirono un’altra cocente sconfitta militare e vennero di nuovo invasi e saccheggiati. E’ proprio durante l’ultima invasione che i vescovati di Justiniana Prima, Tomis e Sucidava vennero distrutti e il clero disperso. Nei secoli VII e VIII la popolazione daco-romana venne pesantemente slavizzata e la lingua latina venne influenzata enormemente dallo slavo, tanto che il lessico della lingua romena attuale possiede un sesto di parole chiaramente slave. È a partire da questa fase che possiamo quindi finalmente iniziare a parlare di popolo romeno in senso proprio.
La riorganizzazione del popolo romeno al seguito delle invasioni slave condusse la Romania ad un salto indietro. La profonda cultura autoctona e l’apparato burocratico, civile e militare bizantino venne perduto. La società si organizzò in clan e villaggi, guidati da un “anziano” eletto che assumeva i poteri di giudice, capo militare ed economo. Col tempo, dal VII al IX secolo, questi “anziani” assunsero le caratteristiche proprie dell’aristocrazia territoriale con successione ereditaria, che basava il suo potere sul possesso della terra e su meccaniche vassallatico-beneficiarie, seguendo in questo l’Occidente – benché non sia chiaro se siano stati influenzati dal modello carolingio. Essi si chiameranno quindi voivodi (principi).
Il cristianesimo subì successivamente un brutale arresto e non è chiaro quanto una sostituzione etnica avvenuta in quel periodo abbia pesato sul ritorno di una parte della popolazione al paganesimo. Sebbene la popolazione dei centri urbani fosse ancora cristiana, le campagne ritornarono infatti ai culti agresti o si dettero a divinità slave. Nonostante questo, e nonostante il fatto che il clero fosse quasi scomparso dalla regione, i bulgari che nel IX secolo arrivarono nell’attuale Bulgaria entrarono in contatto con i cristiani romeni e si convertirono al cristianesimo bizantino. Con la conversione del Khan Boris (diventato Zar Michele) al cristianesimo, quindi con la conversione di tutta la Bulgaria, un’ondata missionaria invase le regioni un tempo daco-romane e la Chiesa di Costantinopoli ritornò in grande stile in quelle terre, anche se non mancarono missionari tedeschi legati ai bulgari di Preslav, capitale religiosa dell’Impero bulgaro.
Riguardo la lingua liturgica, la Chiesa romena adottò lo slavo ecclesiastico giacché era la lingua parlata da tutti: bulgari, slavi, e romeni dominati, che la comprendevano in quanto erano, appunto, la classe subordinata. L’uso dello slavonico, o slavo ecclesiastico che dir si voglia, entrò in uso per il culto e la scrittura colta nel X secolo fino all’unità dei romeni nel XIX secolo. Secondo gli studi del prof. P. Panaitescu[7], dal VI al X secolo i romeni utilizzavano per il culto la lingua romanica (daco-romana) degli autoctoni, ma, data la presenza di vescovi cattolico-romani in Transilvania, i quali usavano il latino, si preferì fra gli ortodossi l’uso dello slavo – compreso dalla classe dirigente e dalle popolazioni slave – affinché le popolazioni non si convertissero al cattolicesimo romano. Nonostante l’uso cultuale della lingua slava, il popolo continuò a parlare romanico, che gradualmente si trasformava in romeno. Molte parole del lessico liturgico slavo entrarono quindi nel normale patrimonio linguistico del credente romeno, mentre dalla Bulgaria e da Costantinopoli venivano mandati vescovi per ordinare nuovo clero. I primi vescovi slavi a governare sui romeni furono posti nelle antiche città di Vidin e Dirstor (anticamente, Durostorum).
Con l’avvento del grande Scisma del 1054, i romeni si schierarono quasi totalmente con Costantinopoli: iniziò tuttavia una violenta sostituzione etnica delle élite ecclesiastiche. I greci pretesero che i vescovi e gli abati, infatti, fossero sempre di sangue greco: i romeni dovettero accettare. E per molti secoli la Romania visse in uno sdoppiamento della personalità, per cui vescovi e abati di sangue e cultura greca governavano un popolo di lingua romana con costumi slavi.
La seconda fioritura della Chiesa in Romania

Chiesa del monastero Cozia (sec.XIV)
La rinascita della cristianità romena è legata al secolo XIV, quando alcuni centri monastici come Putna, Neamţ, Voroneţ, Slatina e Cozia iniziarono una notevole produzione scritta per merito di una generazione magistrale di monaci, influenzati soprattutto dal Monte Athos e dalla Russia meridionale, nonché dalla vicina Bulgaria.
Nel 1315, i Valacchi (romeni di antica stirpe celtica), che mai avevano goduto di un’autonomia, né politica né religiosa, dal momento che erano sempre stati governati dai daco-romani prima e dai bulgari poi, ottennero da Costantinopoli il permesso di eleggere un proprio vescovo indipendente: era l’inizio di una grande fioritura artistica e spirituale in tutta la Romania. Il vescovo Basilio di Tarnovo, romeno, si era fatto ordinare per fondare un’Eparchia indipendente, ponendosi in aperta contrapposizione al Patriarcato Ecumenico e anche all’Arcidiocesi di Ohrid, a cui doveva obbedienza. Iniziò così ad ordinare preti, corepiscopi e diaconi in autonomia, e financo a ordinare due o tre vescovi per i romeni, in aperto contrasto coi vescovi greci che governavano la regione. A causa della situazione politica sfavorevole, Costantinopoli riconobbe Tarnovo come indipendente e gli diede lo status di Patriarcato. Dopo che i Tatari furono sconfitti nel 1330 la Valacchia si costituì in principato indipendente nel 1330 e la Moldavia nel 1363. Così questi due voivodati romeni godettero di una libertà religiosa sconosciuta in Grecia, Bulgaria, Serbia e anche nel mondo russo, dove i Turchi e i Tatari ostacolarono il pieno sviluppo della cultura. Ma nel 1393, lo Stato di Tarnovo cadde sotto il governo turco: questo non impedì al clero ortodosso di dedicarsi alla cura delle anime, così che l’attività religiosa continuò normalmente. Con la caduta del governo di Tarnovo cadde però anche il patriarcato, che fu ridimensionato a metropolia.
Il diacono Coresi

Octoih – primo libro di culto stampato di Coresi nel 1557
Uno dei pionieri della lingua romena, che portò per la prima volta la stampa in Romania, fu il diacono Coresi nel XVI secolo. Usando le lettere cirilliche, egli sostituì il dialetto della Transilvania con quello della Valacchia, che allora iniziò la sua evoluzione verso la lingua romena moderna. Lo slavo ecclesiastico non era più compreso dai preti, sebbene lo usassero nei servizi liturgici, e c’era una sete crescente nel popolo di testi religiosi in lingua volgare. Il grande contributo di Coresi fu quello di provvedere a una letteratura stampata in lingua romena. Egli stampò uno dei più antichi lavori scritti in romeno, lo Psaltirea Scherana (il Salterio di Scheia), prodotto in Transilvania nel monastero di Scheia nel XV secolo. Coresi stampò il testo a Brasov, in Transilvania, insieme allo Psaltirea di Voroneţ e agli Atti degli Apostoli.
Ma la sua grande missione fu soprattutto quella di contrastare il proselitismo protestante, che era diventato molto efficace mediante l’uso di opere stampate in lingua volgare. Ontero fu un leader riformatore protestante che, come molti altri romeni di quel tempo, avevano studiato in Germania, all’Università di Wittenberg. Ritornato nella natia città di Braşov, Ontero pubblicò nel 1542 la sua riforma protestante. Proprio per contrastare la letteratura protestante, specialmente le traduzioni della Sacra Scrittura, il diacono Coresi intraprese un’opera pioneristica per fornire ai fedeli ortodossi pubblicazioni che si ispirassero alla tradizione ortodossa. Con Hanas Benkner, Coresi stabilì la sua tipografia a Braşov e produsse opere, soprattutto in Paleoslavo, come l’Ottoico, i Vangeli, il Triodio, e il Salterio.
Per contrastare i missionari protestanti, Coresi cominciò a pubblicare anche opere in romeno. Il suo Catechismo, stampato all’inizio della sua carriera di tipografo (1559), era composto di sette parti e fu un tentativo evidente di fare concorrenza al catechismo pubblicato da Filippo Zelantone nel 1521, che era stato tradotto in romeno nel 1559. Altre opere stampate da Coresi inclusero la traduzione dei Vangeli con una spiegazione, un Pravila (libro dei nomocanoni), tradotto dal greco, e un libro di preghiere usato dai preti ortodossi per la celebrazione della Liturgia. Il diacono Coresi fu il primo a promuovere l’uso della lingua volgare nella liturgia; sarebbero trascorsi ancora alcuni secoli prima che il romeno fosse accettato come linguaggio liturgico. Il regno di Matei Basarab (1632-1654) in Valacchia e di Vasile Lupa (1631-1653) in Moldavia videro in seguito una fioritura mai vista di vita intellettuale e religiosa in Romania.
[1] Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea.
[2] Pacurariu Mircea, Istoria Biserici Ortodoxe Române, Editura Misiune ortodoxa, Bucarest 1971
[3] Pacurariu Mircea, Istoria Biserici Ortodoxe Române, Editura Misiune ortodoxa, Bucarest 1971, pag. 67
[4] << poporul de la sat (…) s-a plecat in fata soliei, noi care i se aducea si a pasit in biserica, aducand cu dinsul in fata altarelor si riturile sale preistorice. >> P. P. Panaitescu, Introducere in Istoria culturii românesti, Bucarest, 1969, pag. 103
[5] La antica città di Remesiana si trova oggi in Serbia. La popolazione, a dispetto della località, era in gran parte di sangue latino.
[6] Pacurariu Mircea, Istoria Biserici Ortodoxe Române, Editura Misiune ortodoxa, Bucarest 1971, pag. 194
[7] P. P. Panaitescu, Introducere in Istoria culturii românesti, Bucarest, 1969


