Mamma controcorrente

Mamma controcorrente

Non so come pensano o come vivono gli altri, come si relazionano alla vita, quale preghiera rasserena il loro animo o in che modo riescono a connettersi con la metà del cuore in grado di offrire a loro gioia.

Per me invece, donna 37enne, alla ricerca continua e disperata di nuovi io o di dimensioni geometriche del mio ego attuale, la maternità incomincia a diventare una questione difficile da spiegare!

Ho provato spesso a definirla con un colore per vedere che tipo di emozione mi suscitasse, poi l’ho raffazzonata, l’ho spiegata nuovamente per formare un cilindro che ho messo sotto una lente di ingrandimento, per capire se si riuscissero a vedere altre forme… Ma, ogni qualvolta pensassi di averla trovata, l’immagine si offuscava nuovamente, il rosso si confondeva con il grigio, la giraffa sembrava che prendesse la forma di un leopardo e cominciavo a perdermi ancora tra i sensi.

Che meraviglia, mi sono detta, oppure che disastro!

In ogni caso, è un qualcosa, una forma, un oggetto, un coccio di vetro, la coda di un arcobaleno, una parola oppure, forse, una pezza di velluto! Le immagini e le mie emozioni cambiavano costantemente, a seconda delle strade che percorrevo, del colore del cielo, dell’odore di benzina oppure delle persone con le quali interagivo. A volte pensavo di essere una persona buona, calda e mite in grado di amare tanto, altre volte sentivo di poter diventare una bestia con occhi luccicanti che si divorerebbe una città intera per scuotersi di dosso l’eccesso di bene; e poi, a tratti sentivo solo di avere una tremenda paura della forma, del calore e della fragilità di quella mano che si teneva ben stretta alla mia, con un’espressione che prometteva di mollare presto la presa. Provavo una sensazione di prigionia, ma anche di piacere smisurato.

Un giorno ho osato guardare in basso ed ho visto alcune figure che non sapevano se ridere o piangere ed erano inghiottite da luci e voci che sentivo scoppiare freneticamente dai miei abissi. Fu allora che ho capito di essere mamma! Ed ho anche capito che la maternità è una questione di cui non si dovrebbe parlare se non qualora si siano esauriti tutti gli altri argomenti. La forte sensazione di reclusione e quella di euforia sono tanto reali quanto complementari. E la prima delle due diventa molto fastidiosa quando cerchi di scrivere un articolo, e loro scuotono violentemente lo schermo del computer!

Ma più di ogni altra cosa, la sento presente quando un nuovo inizio di vita si sviluppa dentro di te da circa tre mesi e che il silenzio nei confronti dei tuoi genitori ha il potere  di un lucchetto le cui chiavi sono andate perse da molto tempo.

Vorrei parlavi proprio di questo! Più precisamente, facendo l’importante annuncio dell’arrivo di un nuovo figlio che avrebbe aggiunto ancora un altro senso alle nostre vite, mi sentivo come ci si sente quando trovi della muffa in un sacchetto di snacks nelle giornate di digiuno, ossia hai tanta voglia di mangiare ma non puoi mandare giù niente.

Ho spesso notato che ogni volta in cui le persone care assumevano il ruolo di giudici, con intenti indubbiamente buoni ed empatici, la mia tristezza e la frustrazione aumentavano proporzionalmente al pathos dei loro discorsi. Mi lasciavo pervadere dal’impotenza e le loro opinioni mi influenzavano al punto tale che “abortivo” all’istante ogni desiderio di tornare ad essere madre… almeno sul momento!

“Come? Di nuovo? Quanti ne hai già? E cosa intendi fare, come pensi di riuscirci? Ti rendi conto che la tua vita è finita? E i tuoi studi?” domande che anch’io, a mia volta, mi sono posta decine di volte, ma che ferivano come un coltello nella piaga sentendole pronunciate dalle persone a me più vicine.

E ciò che è disarmante non è il fatto che ti senti come un carcerato messo al muro, per via delle loro convinzioni e dei loro commenti pieni di sconforto, ma ciò che destabilizza maggiormente è sapere che ti vogliono bene e lo hanno sempre dimostrato. E lotti per molto tempo con la convinzione di averli delusi…e di aver deluso profondamente anche te stessa!

Questo genere di atteggiamento e questa mentalità si riscontra, solitamente, nelle relazioni tra genitori e figli unici (o figli iper protetti), inibendo l’autonomia del figlio adulto, destinato a diventare a sua volta marito/moglie che farà i conti con questa impronta da cui dovrà liberarsi.

L’affrancamento dalla protezione opprimente dei genitori, riesce ad offrire al ragazzo un’autostima talmente alta che acquisisce la certezza di essere finalmente in grado di badare a se stesso, e al contempo nasce in lui il desiderio di farsi le proprie esperienze di vita. E’ ciò che Gesù Cristo intende spiegarci dicendo che “Percò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due diventeranno una stessa carne” Matteo 19:5-6.

Questa è la prerogativa di qualsiasi persona matura che si assume delle scelte, in piena cognizione di causa e di sentimento, e ciò si evince dai primi segnali della cosiddetta emancipazione e del consolidamento del sé ai nostri occhi.

E’ comprensibile (ma anche deplorevole) il fatto che i propositi e la concezione profondamente e impetuosamente materialista, escludono in modo categorico dalle famiglie la presenza di Cristo, tendenzialmente a causa del lungo periodo caratterizzato dal regime comunista. Fu proprio in quei tempi tormentati, contraddistinti da una pressione sociale, culturale e religiosa, che i nostri genitori sono nati e hanno costruito le fondamenta della loro coscienza emozionale, spirituale o miscredente, a seconda dei casi.

Malgrado il comunismo abbia aiutato il consolidamento dell’emancipazione femminile, dall’altro lato ha anche limitato drasticamente la libertà di tutti i cittadini di quell’epoca.

E’ importante notare che nella Romania degli anni ’50, anche se le donne disponevano di un livello di istruzione equivalente a quello degli uomini, erano poco considerate nel mondo del lavoro; senza contare che, nelle posizioni di rilievo erano praticamente assenti. Allo stesso tempo, parlando sempre di pari opportunità, si incominciava a delineare l’idea che la donna, in quanto uguale all’uomo e avente gli stessi diritti, aveva piena facoltà di scegliere che cosa fare del proprio corpo e come affrontare il tema della gravidanza. Così nel 1957, seguendo l’esempio della Russia sovietica, la Romania ha reso legalmente valido l’aborto. A distanza di pochi anni, però, nel 1966 sono state proscritte le interruzioni di gravidanza, eccetto che per le donne ultra 40enni e per le famiglie che avessero già almeno 4 figli.

Naturalmente, le motivazioni che stanno alla base di queste decisioni non avevano alcun fondamento cristiano, ma soltanto la necessità di ottenere un notevole incremento demografico; un principio estremamente controverso che ha spinto le donne a trovare diversi metodi illegali e rischiosi per eludere tale proibizione. Gli aborti clandestini erano sempre più frequenti, aumentavano a dismisura provocando terribili sensi di umiliazione e, nel peggiore dei casi, persino la morte per miglia di donne.

Dalla prospettiva di questa legge proibitiva, la donna era vista come un semplice mezzo di riproduzione, annientando anche l’ultimo barlume di spirito cristiano attraverso la terribile dittatura della paura. Bisogna forse biasimare coloro che vivevano in  quegli anni e sono stati sottomessi a simili torture psicologiche e fisiche? La verità è che la gravidanza non rappresentava in alcun modo una benedizione del Signore, ma al contrario, la si viveva come un calvario indotto dalle regole del regime totalitario, facendo sì che il pensiero di abortire diventasse un “modus vivendi”, un automatismo…

A queste condizioni ti domandi, inevitabilmente, se per caso ci sia una remota possibilità che anche tu, a tua volta, scelga di fare altrettanto con i tuoi figli e di dare consigli non richiesti, malgrado tutte le motivazioni logiche per le quali non lo si dovrebbe fare.

In breve, senza negare l’evidenza, partorire non è un atto  di coraggio o di pazzia, ma rappresenta la sacra missione della donna di perpetuare la specie, come un’attesa, ma anche sotto forma di lucida coscientizzazione che sussiste in tutti noi, al di là della sfida di cu la donna moderna si è fatta carico: fare carriera diventando una persona di successo. Oltretutto, lei non può realizzarsi a livello personale completamente da sola, ma nel contesto di una famiglia che abbia come scopo principale la gioia di dare nascita a nuove vite. Essere mamma, prima ancora di essere una donna in carriera, è assai più appagante in quanto si tratta di un dovere viscerale che si ha riguardo alla sopravvivenza della specie.

John Meyendorff, nel suo libro, “Il Matrimonio – prospettiva ortodossa” afferma che nel matrimonio cristiano non possa esistere una coppia che non sia in grado di nutrire l’intenso desiderio di ricevere la benedizione dell’arrivo di un figlio. Un matrimonio in cui i bambini sono indesiderati, si basa su aspetti viziosi, egoistici e puramente carnali.

Dando vita ad altri esseri umani, l’uomo imita l’atto creatore di Dio e, se si rifiutasse di farlo, deturperebbe la propria umanità…perché non esiste umanità senza avere “l’immagine e la somiglianza di Dio”, cioè senza il desiderio, conscio o inconscio, di imitare il Padre Eterno.

Personalmente, non so se sono stata una brava imitatrice della vita e delle parole di Cristo nostro Signore; così come non so nemmeno se  la maternità si possa elevare a potenza, se si divide o si moltiplica, se è quadrata o ovale, quante parole fanno male e quante ti fanno sorridere…; e non so se l’amore per un bambino sia fatto di vetro, di lana, o di zucchero filato. Ciò che posso fare, invece, è di provare a trasformare l’innocenza e il candore dei bambini in un ideale di salvezza personale, oppure…di evoluzione spirituale, come quando “Gesù chiamò a sè un bambino, lo mise in mezzo a loro e disse: In verità vi dico, se non cambiate  e non diventate come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Matteo 18, 2).

 

Psa. Simona Preda